Pubblicato nel 2009
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Un nodo alla gola mi toglie il fiato. Una corda mi soffoca, sento l’aria farsi sottile, respirare è faticoso e straziata vorrei supplicare il boia di graziarmi.
Queste le sensazioni forti e struggenti che si provano ascoltando l’ottimo disco dei Grave Digger. Una carriera lunga e musicalmente ricca, tuttavia priva di grandi momenti di fama internazionale, un po’ come la storia dei conterranei Rage. Poi al contrario ci sono band giovani come i Trivium, che inspiegabilmente dall’oggi al domani esplodono, diventando comete del firmamento metal, oppure band come i Motörhead che sono famose da sempre, hanno un sound facilotto, e non si rinnovano mai. Ma torniamo ai nostri tenebrosi Grave Digger.
Ballads Of A Hangman è così tetro che cattura, piace e rapisce. Non è banale ma neanche di difficile ascolto, hai dei testi che emozionano, e concede dei refrain che aderiscono alla corteccia cerebrale e costringono l’ascoltatore a sentirseli risuonare in testa per giorni.
Andiamo con ordine. L’introduttiva The Gallows Pole è cantata a bocca chiusa e vuole creare l’atmosfera funerea giusta per accogliere la title track: Ballad Of A Hangman. Qui Chris Boltendahl ha buon gioco, con la sua voce roca e ruvida, a rendere il clima ancora più cupo, come se non bastasse il coro con quel suo “Ooooooooooh….. hangman!” ad appesantire l’aria di un brano che altrimenti sarebbe veloce e cattivo in pieno stile heavy/power.
Un Boltendahl che ha resistito a tutti i cambi di formazione e continua ad essere unico autore dei testi, e compositore dei brani in collaborazione col neonato combo di chitarre Manni Schmidt-Thilo Herrmann, quest’ultimo ex Running Wild. Infatti, Ballads Of A Hangman è il primo Grave Digger album in cui figura una coppia di chitarre modello Priest/Maiden/Slayer, e musicalmente in effetti l’album risulta corposo e ricco di chitarra, la quale si fa sentire e si lascia prendere dalla voglia di far scaturire tante riff e tanti assoli, proprio come nel buon metal di una volta.
La terza traccia, una splendida Hell Of Disillusion, completa la prima parte molto ritmata e tetra dell’album. Come ci si sente dopo essersi illusi beatamente per poi scoprire come stanno veramente le cose? Quanto è cocente una disillusione? Come l’inferno, dice Boltendahl. Si arriva a una veloce Sorrow Of The Dead in pieno stile power, forse meno accattivante e troppo somigliante a mille altre canzoni. Idem Grave Of The Addicted: si tratta di canzoni che non sono dei filler ma non rimangono nemmeno impresse, mancano della poesia e dell’atmosfera di cui è pregno invece tutto il resto dell’album. A partire dalla sesta e forse mia preferita Lonely The Innocent Dies: un’altra morsa alla gola nel sentire questo lamento, che graffia con la voce dell’oltretomba di Chris, e piange, con la bellissima voce femminile d’accompagnamento di Veronica Freeman dei Benedictum.
I successivi due brani sono veloci e diretti, con un buon ritornello, ma nulla di eccezionalmente originale: Into The War e The Shadow Of Your Soul, la prima con doppia cassa, incalzante e corale, secondo i tipici clichè del metal; la seconda molto veloce, musicalmente ottima ma abbastanza scontata. Si arriva così a Funeral For A Fallen Angel, che riprende in pieno il clima di decadente e romantica poesia che ci ha accompagnato durante le prime parti del disco, e addirittura vi assomiglia come melodia di refrain.
In chiusura due pezzi assai meno oscuri, che rievocano invece un old school metal più rilassato e meno ricercato: Stormrider e Pray, con un Boltendahl sempre ruvido e raschiante, perfetto per questo stile classico, con il quale ricorda Lemmy e/o Phil Anselmo.
Un bel disco. Soprattutto, un disco fatto per essere suonato live: ne sono certa. Pezzi, tutti, che dal vivo acquisteranno ancora più potenza. Non vedo l’ora che arrivino a Milano il 2 febbraio, perché so che sconquasseranno i presenti e infonderanno quella sana adrenalina che poi ti porti a casa e ti resta per ore….vabbè. Per ora mi accontento di fare il coro al promo che è nella mia auto!

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