Dopo il notevole successo di “Lipservice” e del relativo tour (immortalato con un micidiale live album/dvd), favoriti anche dal rinnovato slancio promozionale conseguente all’approdo in casa Nuclear Blast, sarebbe stato semplice per i Gotthard “adagiarsi sugli allori” e sfornare una copia del precedente disco sfruttandone di sicuro la scia del successo, per poi tornare on the road.
Invece sin dal primo ascolto appare evidente che gli svizzeri hanno voluto mettersi di nuovo in gioco, e questo è un fattore decisamente apprezzabile. “Domino Effect” reinventa la formula vincente della band, ed il risultato è un album che suona innegabilmente Gotthard ma al contempo è diverso da qualunque cosa da loro fatta in precedenza.
Le tipiche strutture ed armonie degli elvetici sono sempre presenti (l’ottimo singolo “The Call”, la più sostenuta “Heal Me”, “Now” che pare uscita dal precedente album, “The Oscar Goes to…”, giusto per citarne alcune), ma in questo caso la diversa produzione e le melodie prevalentemente in minore conferiscono un sapore decisamente inedito al risultato finale.
Le chitarre sono sempre predominanti e massicce, ma sono mixate non più come attacco in direzione frontale, bensì per sviluppare il sound in profondità; anche il mastering finale sembra prediligere dinamiche meno “spumeggianti” in favore di una maggiore linearità e “solidità”, in modo da adattarsi al tono generale del disco.
Tono che si può evincere facilmente anche solo dall’umore dei testi, sovente a metà fra il risentimento (l’ottimo duo introduttivo “Master of Illusion”/”Gone Too Far”), la confusione (“The Oscar Goes To…”) e la nostalgia (“Falling”).
Ma così come musicalmente l’oscurità viene dissipata dal caro vecchio r’n’r di “Bad to the Bone” e “Come Alive”, così anche liricamente alla fine vi sono consolazione (“Letter to a Friend”), speranza (“Tomorrow’s Just Begun”) e faticosa rinascita (“The Call”).
“Domino Effect” è quindi un album completo, maturo e nel complesso vario. La bella, particolarissima “Where is Love When It’s Gone”, con quel suo gusto così umano e “popolare” (ascoltandola capirete), chiude tuttavia un lavoro dove forse non è tutto oro quel che luccica: 14 brani, pur se tutti sempre mediamente buoni, sono molti da digerire, ed il tono generalmente poco allegro e “festoso” del disco potrebbe portare a qualche calo di attenzione nella parte centrale.
Di fronte però ad una band così rodata e grintosa, ad una voce straordinaria come quella di Steve Lee, a delle melodie così accattivanti ed al tentativo direi complessivamente ben riuscito di aggiornare ancora una volta il proprio sound, non si può che rendere merito ai cinque (simpaticissimi) rossocrociati, davvero una delle più belle realtà dell’hard rock contemporaneo.

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