Non è mai semplice affrontare il dolore, soprattutto se inflitto volontariamente nell’ascoltare musica che trasmette sensazioni tutt’altro che piacevoli. Il doom, espressione massima di gravosità, pesantezza ed animosità è qualcosa che bisogna avere nel sangue per poterlo comprendere fino a fondo. Insomma, non si diventa doom, lo si nasce. Il punto è che non bisogna necessariamente essere “lenti” per coprire la gamma emotiva di un genere fra i più evocativi che esistono, ma è sufficiente esprimere dolore con la convinzione di chi quel tipo di sentimento lo prova costantemente. Se ciò viene a mancare, viene meno anche la credibilità di una band.

Fatto questo piccolo preambolo, l’analisi della terza uscita delle Gallhammer, duo nipponico tutto femminile attivo dal 2003, si appresta ad essere il primo vero passo falso dopo due dischi di qualità altalenante. Il vero problema è la stanchezza e la forzatura di certe composizioni, le quali si trascinano per minuti intorno a riff poco ispirati ripetuti ad libitum.

Il vero problema di un lavoro come The End non è, in realtà, la mancanza d’ispirazione, ma un velo di varietà che ponga in essere una seppur minima differenziazione delle strutture che compongono i pezzi. Urla belluine, accordi minori e ritmiche doom/crust non sono sufficienti a creare una canzone degna di nota, ma ci dev’essere anche qualcosa in più, quell’alone mistico e sofferente che avvolge il tutto donando un’aura misteriosa ed affascinante che, in questo caso, latita decisamente.

Ritrovare la retta via si pone come obiettivo primario per una band che, pur non avendo mai brillato veramente nel panorama estremo, ha almeno avuto la possibilità di dire la propria in modo convincente, soprattutto in occasione del debutto. Ci auguriamo che il progetto rinasca e che riveli nuovamente il suo potenziale.

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