Evento imperdibile, questo G3. Tale era la sensazione nei giorni dell’attesa, tale la conferma avuta dopo avervi preso parte. Dietro le quinte di tutto questo, ma anche davanti, sopra, sotto, dentro e fuori, la BarleyArts, promotrice dei 10 GIORNI SUONATI 2012, festival alla terza edizione che propone, nel proprio programma, concerti per tutti i gusti, e tutti top level.

La corrispondenza d’amorosi sensi tra la portata dei concerti e la location selezionata è degna di menzione: come cornice, una splendida cittadina quale Vigevano, situata nel cuore del Pavese, che affonda le proprie radici sin da prima dell’anno 1000, come testimoniano sia l’urbanistica che il patrimonio culturale d’eccellenza racchiusovi.

L’area dedicata agli eventi è organizzata nello spendido cortile del Castello Sforzesco: palco, torretta per i tecnici del suono e delle luci, stand gastronomici, bancarelle del merchandise, e nelle Scuderie Ducali un’interessantissima retrospettiva con tantissime locandine di concerti organizzati dalla BarleyArts nel corso dei suoi 30 anni e fischia di attività.

Arrivo a Vigevano che sono quasi le 19, c’è un bel sole, e mi accarezza una piacevolissima arietta. Le tanto temute zanzare killer non sono presenti all’appello, e tiro un sospiro di sollievo. Giusto il tempo di ambientarmi un pò e ricollocare la mascella –  caduta davanti all’amenità del luogo – nella sua sede, ed ecco Steve Morse imbracciare la propria Music Man Steve Morse Signature in apertura dell’evento, e iniziare a splettrare nel suo caratteristico stile “sbagliato”. Papà dei Dixie Drags, ex militante nei Kansas ed attuale membro di nientepopòdimenoche le lor Maestà Deep Purple, dei tre mostri sacri ospiti della serata lui è il “filosofo”, colui che preferisce “being a musician rather than just technique” (“essere un musicista piuttosto che sola tecnica”). La sua esibizione, anche con la semiacustica, è limpida, il suo tocco molto pulito, i suoni e gli armonici suoi caratteristici fluiscono leggeri come acqua fresca, deliziando l’udito del nutrito pubblico infittitosi sotto il palco e tutt’attorno. La versatilità di questo chitarrista è disarmante: sebbene la sua performance non spicchi certo per “presenza scenica”, Mr. Morse riesce a catturare l’attenzione del pubblico grazie alla molteplicità di registri stilistici che l’esperienza gli ha donato. Gustosissima l’esecusione di “John Deere Letter”, dal gusto squisitamente country, che ha fatto ballare la gambetta di tutti i presenti, nessuno escluso. Prevedibile, ma tutt’altro che scontato, il momento dedicato a Jon Lord con “Baroque and Dreams”, recentemente scomparso a causa di un male incurabile.

Un set change di una manciata di minuti, e sul palco compare l’imperatore della leva e dei tapping sulle scale, vale a dire, Steve Vai. Pupillo di Zappa, e noto ai più per aver prestato la propria mano a bands e personaggi quali Alcatrazz, David Lee Roth, e Whitesnake, una volta rastrellati titoli ed onorificenze di ogni sorta, Steve Siro Vai insieme a Joe Satriani nel 1996 dà il via al progetto G3, vale a dire, esibizioni a 3 nelle quali loro due sono ospiti fissi, e il terzo viene scelto di anno in anno. Personaggio che suscita sentimenti diametralmente opposti (c’è chi rimane ammaliato per la sua tecnica, chi ne critica i viruosismi ritenendoli esagerati), apre con “Passion And Warfare”, riportandoci indietro negli anni ’90 e al suo secondo album solista. Un paio di pezzi, ed ecco la strepitosa “Tender Surrender“, che con la complicità dell’ottima band, sembra essere riprodotta esattamente da disco. Euterpe, la dea protettrice della musica, amoreggia con lui sul palco, e credetemi, talune sue espressioni farebbero pensare ad un vero e proprio stupro! I tecnici delle luci operanti dalla torretta mettono in scena uno degli spettacoli luminosi più affascinanti a cui io abbia mai assistito, e il palco d’improvviso diviene un tempio, con tanto di divinità ivi officiante. Ma è su “For The Love Of God” che il nostro Steve dà il meglio di sè, e sfido chiunque a smentire che, se al posto della leva avesse avuto anche solo una cannuccia da bibita, sarebbe riuscito ugualmente a far sognare come ha fatto ieri. E a proposito di cannucce e bibite, lo Stunt Guitarist, sul finir dell’amatissima traccia, deve aver avuto una gran sete, dal momento che al posto delle dita ha usato la lingua per concludere, non senza stupire la folla ormai ipnotizzata. Faccio in tempo a mangiarmi un bel panozzo, a coprirmi le spalle per via del freschino dilagante, un giretto nelle Scuderie Ducali in mezzo a tutti quei pezzi di storia, e…

Last but not least – e mai tale espressione è stata più azzeccata – Joe Satriani, il grand vizir dei legati e della melodia, legato a Vai dallo stesso rapporto che c’era tra Cimabue e Giotto. Il palco si tinteggia improvvisamente di un onirico blu molto profondo, che inghiottisce qualsiasi cosa, ad esclusione di lui, la sua chitarra e perlappunto le note di “Flying in A Blue Dream“, dall’omonimo disco del 1989. Un’esperienza sensoriale. Seguono “Ice 9“, “Satch Boogie“, “Dream Song”, tutte eseguite con le caratteristiche smorfie del buon Joe e senza la minima sbavatura. E’ poi il momento di “Crystal Planet“, “God Is Crying“, e in chiusura, “Always with Me, Always with You” più “Surfing With The Alien“, entrambe della sua opera uscita nell’87. Agli sgoccioli della sua performance, sovvengono diverse considerazioni: se Morse è stato un ottimo appetizer, Vai il piatto forte, Satriani è il sorbetto della situazione, per via della genuinità e fruibilità dei suoi pezzi, la cui vena melodica viene facilmente percepita e memorizzata anche dai non “addetti alle corde”. Questo fa di lui uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi, in grado di suscitare l’interesse per tale strumento anche da parte di coloro che userebbero un cavalletto come sostegno per ceramiche artistiche artigianali. Chapeau!

L’immancabile momento della Jam session propone alle nostre orecchie “You Really Got Me” con Steve Vai alle corde, sia dello strumento che vocali. Segue “White Room“, e la strepitosa “Rockin’ In The Free World”, nell’ambito delle quali la performance migliore, a mio avviso, è stata quella di Morse, che libero da ogni clichè o personaggio, si è proposto in maniera molto spontanea e limpida, forte di un’esperienza e molteplicità di influenze senza pari.

Tre ore. T-r-e  o-r-e. Uno show d’eccellenza che non presta il fianco a nessun tipo di critica, sia dal punto di vista organizzativo che tecnico. Thumbs up per BarleyArts, che si riconferma la più grande società di organizzazione di eventi musicali del territorio Italiano. Su gli scudi per i tre talenti che ho visto esibirsi on stage.

Alla prossima!

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