Con l’ uscita di “Diabolism Of Conversation” contattiamo Christian Grilli, bassista della band, che ci racconta qualcosa di più sulla nuova pubblicazione. A voi i Fury ‘n Grace!

Benvenuti su heavy-metal.it! Potreste introdurre la band ai lettori?

Il gruppo è nato nel 1994. Ci sono voluti tredici anni per poter debuttare. Mancava qualcosa, evidentemente. Latitava un elemento fondamentale. Il nostro disco d’esordio, Tales of the Grotesque and the Arabesque, uscito nel 2007 per Dragonheart, evidentemente possedeva questo elemento. Tutti gli incidenti di percorso (chiamiamoli così), le deficienze altrui, non sono altro che stimoli per trovare la propria poetica. Se si ha la fortuna di averne una. Il nuovo lavoro intensifica tale ricerca e ci dice qualcosa di più preciso su chi siamo diventati

Pur essendo attivi da molti anni (dal 1994) come mai è passato così tanto tempo per vedere realizzato il vostro primo album?

Come si diceva poco sopra, semplici incidenti di percorso. Inutile tirare in ballo i protagonisti di un fallimento. Certo, col senno di poi è difficile non pensare che tutto abbia semplicemente seguito un corso naturale, che gli intoppi fossero in realtà tappe obbligate.

Con questa seconda uscita, anche per via del differente stile di Deathmaster, il sound è cambiato rispetto al primo disco. Sbaglio dicendo che il vostro stile ha preso toni più spiccatamente doom tralasciando l’impronta heavy del primo album?

Non sbagli. Vuoi per l’ingresso di DeathMaster, vuoi per la fisiologica evoluzione dei singoli membri e della band stessa, “Diabolism of Conversation”  abbandona – con successo e piacere – certe sonorità tipiche dell’Heavy Metal più classico. A metà tra obiettivo e predisposizione, il percorso acustico intrapreso è drasticamente più affine alle nostre pulsioni più intime. Il pregio di persistere in una dimensione musicale underground è non avere imposizioni, non dover rispondere a leggi di mercato, essere svincolati da meccanismi sociali ed economici dove si scrive musica per avere successo, per imbastire inutili ribellioni o per dar voce a concetti primitivi di vita vissuta.

Il nuovo cantante Deathmaster è anche fondatore dei Doomsword, rimarrà nella band in pianta stabile o è stata soltanto una collaborazione temporanea?

Stiamo già lavorando al nuovo materiale e l’idea è quella di avvalersi della preziosissima collaborazione di DeathMaster ancora una volta, ma visti i precedenti della band ed essendo ormai professionisti dell’imprevisto e del sovrannaturale, nulla è davvero certo.

Come mai avete scelto un cantante con una timbrica così diversa dal precedente? Avevate già intenzione di effettuare un cambio piuttosto sostanziale?

Inizialmente cercammo un sostituto di Gabriele. Compito arduo, troppo. Quei pochi che si sono proposti, forse turbati dall’eredità, non sono riusciti a cogliere il bisogno di trasparenza e del progetto: non si è qui per dimostrare nulla e gli estremi vengono raggiunti per predisposizione, non per scelta. Decidemmo di interpellare DeathMaster perchè fu evidente che la nostra ricerca doveva mirare ad altro. Decidemmo bene.

Riguardo al disco possiamo parlare di concept a livello di liriche e di atmosfere ricreate?

Non siamo mai andati molto d’accordo con la parola “concept”. L’atmosfera generale del disco è il risultato di una sincera apertura verso la musica e la musicalità. O come disse qualcuno “del cattivo uso delle nostre veglie”. Si può tuttavia individuare una sorta di filo conduttore… I fantasmi con cui si convive per un certo periodo di tempo tendono a far pressione affinché tu scriva di loro. Vogliono che tu dia loro voce. Raccontarne musicalmente l’abisso diventa un’urgenza e  un’esistenza priva di fantasmi che vita è? E a che lavoro può dar luogo? La sola idea di concept è troppo razionale. Non si possono razionalizzare fantasmi. Non potremmo più conviverci, altrimenti. E del resto tutto ciò che è concetto non può dare musica. E viceversa. Tuttavia nell’album è certamente riscontrabile un intreccio di temi ricorrenti, ossessioni personali, atmosfere vissute e svissute che ad alcuni potrebbero sembrare vari capitoli di un lungo racconto: in effetti non fanno che ricalcare, trasfigurandole, esperienze e percezioni della realtà in modo asistematico, cioè perfettamente umano.

Cosa rappresenta un brano particolare come “Von der Vermählung des Salamanders mit der grünen Schlange“?

E’ un omaggio a Hoffmann. Un madre legge brani tratti da „Il Vaso D’Oro“. L’ascolto è trasognato, interrotto. E’ un brano sulla soglia, tra veglia e sonno ed ogni tanto si riemerge dall’apnea che viviamo ogni notte. E’ un brano sperimentale che bisognerebbe ascoltare sotto le coperte, tremando.

A chi appartiene il breve monologo che chiude il disco?

E’ un estratto de “Il Crollo della Casa degli Usher” di E. A. Poe. Interpretato da mio Padre, ospite ignaro, inconsapevole e al di sopra di ogni sospetto.

Siete riusciti a creare uno stile vostro in maniera originale e piuttosto sperimentale, quali gruppi vi hanno influenzato per raggiungere l’attuale tipo di sound?

Personalmente ho abusato molto di band come Type O Negative, Carcass, King Crimson e Goblin. E pure rimango dell’idea che le influenze più significative esulino dagli ascolti di una vita, che peschino invece a piene mani dai turbamenti, dai traumi ricevuti e causati, dalla melodia agghiacciante che si percepisce la sera, nel silenzio, poco prima di addormentarsi.

Riguardo al tour avete già delle date in programma?

Date in programma non ce ne sono, ma stiamo lavorando per risolvere la situazione live. Con un cantante in Irlanda e il resto della band in Italia non si può scendere a compromessi. Tuttavia non credo passerà molto tempo prima che possiate rivederci su di un palco. Un paio di candidati sono già al vaglio.

Durante l’ascolto del disco ho notato spesso lunghe parti strumentali spente e malinconiche con un tono vocale molto flebile, è stato fatto di proposito per la creazione di un’atmosfera più oscura?

E’ difficile stabilire che cosa sia davvero voluto e cosa no all’interno dei nostri brani. Spesso ci si sorprende da soli nell’appurare dove si sia finiti, e pure sappiamo perfettamente che nulla, per quanto riguarda la nostra musica, è casuale. Ciò che inizialmente ci è sembrato un ritornello, si è rivelato una strofa, o viceversa. Non avendo, né volendo, alcun tipo di schema da seguire, ci siamo trovati a comprendere parti di brani solo in studio, durante le registrazioni. E’ altamente probabile che ciò che ora suona oscuro in realtà non lo sia stato affatto quando venne ideato.

C’è un brano di cui siete particolarmente soddisfatti o che ha un significato particolare per voi?

Ogni brano è a sé, il disco si sfalda canzone dopo canzone. L’inizio frenetico di “Macabro”  non farebbe mai pensare ad una conclusione così frammentaria e scomposta – e lisergica – come quella di “Gavotte for the Ghosts in the Oven”. Ma se devo indicare un brano, credo “The Darkening of a Violet Plumage” rappresenti un po’ tutte le nostre caratteristiche. Per ora…

Come vedete oggi la band dal punto di vista tecnico/compositivo rispetto all’uscita del precedente album?

La maturazione è continua. Il primo disco era – anche – il frutto delle frustrazioni, castrazioni, degli attriti incontrati dalla nascita della band sino all’esordio. “Diabolism of Conversation” è privo del benchè minimo rigurgito di rivalsa e si propone come spaccato brillante della nostra mostruosità.

Chi ha creato e chi ha ideato l’artwork?

L’artwork è stato ideato e creato da Arnaldo Di Carrara III, il quale ci ha espressamente chiesto di non rivelare nulla in merito a lui o alle immagini che sono state utilizzate.

Quale messaggio manda all’ascoltatore “Diabolism of Conversation”?

Per quanto mi riguarda, non c’è alcun messaggio. Ognuno è libero di cogliere il messaggio che preferisce, di lasciarsi suggestionare come meglio crede. Non siamo nella posizione di insegnare nulla a nessuno, quindi sta a chi ascolta decidere il significato intimo della nostra opera.

Avete dei progetti imminenti in programma?

La stesura di nuovi brani. Scriviamo senza sosta e senza alcuna meta. E’ un’esigenza che va al di là della pubblicazione, del riscontro, del consenso e della comprensione.

Siete pienamente soddisfatti del vostro ultimo lavoro o se poteste tornare indietro cambiereste qualcosa?

Alzerei il basso nel mix. Ma se è uscito così, è proprio perché così doveva andare.

Grazie per la vostra disponibilità, a voi la chiusura!

Grazie a voi per l’opportunità concessaci.

The dead can’t walk they told me. And yet I walk. I talk.

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