Quante ghiotte e succose novità in quest’estate 2004: ora è il turno dei tedeschi Frontline che, nonostante il loro livello di popolarità non sia così alto come quello dei mostri sacri dell’AOR, propongono un cd degno d’attenzione, accattivante e incredibilmente convincente.
Nati nel 1989 per volere del chitarrista Robot Böbel dopo alcuni anni di gavetta questo mirabolante gruppo sforna tutta una serie d’album fino a dare alle stampe l’ultimo “The Seventh Sign” un must che tutti gli amanti dell’AOR e dell’hard rock melodico e pomposo dovrebbero cercare di procurarsi. Personalmente questo è il primo cd che ascolto di questi quattro ragazzi e quindi non posso fare confronti con le loro vecchie produzioni, tuttavia ci troviamo di fronte ad un ottimo disco, ben suonato e con delle squisite idee.
I dieci pezzi che compongono questo platter s’inerpicano attraverso sentieri tipicamente AOR e gli arrangiamenti di ogni singolo brano sono seguiti con cura quasi maniacale, tanto che ogni canzone è una piccola perla che brilla di luce propria senza mai cadere nello scontato o generare noia. La voce cristallina e trascinante di Stephan Kämmerer, davvero azzeccata per il genere proposto dal combo tedesco, si amalgama perfettamente con la musica proposta dagli altri ragazzi; le chitarre svolgono un lavoro incredibile generando riffs al limite dell’hard rock come accade in “Getaway”, in “Where’s the love” e in “Part of my live” che strizzano l’occhio ai ben più famosi rockers Whitesnake; i restanti brani invece si snodano su lidi tipicamente AOR, introdotti quasi sempre da orecchiabili riffs di chitarra che coinvolgono immediatamente l’ascoltatore: è appunto il caso di “This Lie” che si sviluppa seguendo linee melodiche ed acustiche davvero interessanti oppure dell’opener “You can’t take me” dove un massiccio riffing di chitarra supportato da una sezione ritmica eccezionale ci prende per mano e ci sbatte in faccia la bravura e l’aggressività del combo tedesco.
Interessante è l’esperimento che i Frontline fanno con “You never cried”, pezzo che termina l’album, dove la voce di Kämmerer è filtrata generando un effetto piuttosto disorientante ma al tempo stesso molto singolare.

Mi sento di consigliare “The Seventh Sign” a tutti gli amanti dell’hard rock pomposo, sicuramente non ne resteranno delusi; in questo disco c’è tutto: melodia, aggressività e dolcezza. La produzione è davvero ottima e i suoni di ogni singolo strumento escono magnificamente dalle casse dello stereo.
Davvero un gradito ritorno.

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