“A corny little heavy-pop-rock-latin-world-jazz-avant-garde-metal-blues-record straight from hell!”: così gli stessi Freak Kitchen, dal 1992 creatura del compositore, cantante e soprattutto virtuoso chitarrista svedese Mattias “IA” Eklundh, definiscono il proprio terzo omonimo album.
Di fatto, nonostante sia una definizione spiritosa, in questo album (noto anche come “The Bull Album” o come “The Third Digital Adventure”) più o meno tutti i generi citati, ed altri ancora, trovano sul serio una propria collocazione, ciascuno perfettamente amalgamato nel caratteristico sound della band.
Sound che, dal metal/hard rock moderno e roccioso dei primi due album, si espande di conseguenza a macchia d’olio, pur mantenendo il medesimo piglio e, per quanto possa sembrare paradossale, grande coesione e coerenza nella propria bizzarria ed imprevedibilità.
Capita così che nel bel mezzo del rocker “Bull” si inserisca con totale naturalezza un brillante stacco caraibico/flamenco, che ci si imbatta in una simil-samba suonata con il banjo (?) e comprendente lick di chitarra suonati nientemeno che con un vibratore (“Six Dildo Bob and the Bluegrass Samba from Hell”), o che si trovi una sorta di rielaborazione rock de “L’uccello di Fuoco” di Igor Stravinskij associata ad un esilarante e delirante adattamento della storia, qui ambientata ad Amsterdam fra spacciatori e prostitute (l’imperdibile “Mr.Kashchei and the 13 Prostitutes”).
In realtà, ogni singolo brano fa storia a sé e meriterebbe di essere nominato, dalla melodicissima e contagiosa “Michael and the Syndrome”, alla malinconica “Broken Food”, fino alla vagamente Lizzy-ana “Pathetic Aestetic” (cantata da Grönlund) ed alla spassosa “Vaseline Bizniz” (sulla “tragedia” di una teenager la cui boy-band preferita prende una svolta pseudo-omosex nel disperato tentativo di vendere più dischi).
Uno dei punti forti e cruciali dei Freak Kitchen sono appunto i testi, spiritosi (“A Regular Guy”), grotteschi (“Entertain Me”), spesso con feroce sarcasmo verso il music business (“My New Haircut”) o verso l’anestetizzata società occidentale (“We’ve Heard it All Before”).
Naturalmente, una enorme parte di merito va anche alla incredibile, creativa ed originalissima tecnica chitarristica di Eklundh, in grado di produrre una infinità di suoni, toni ed effetti particolari con la propria sei corde senza l’ausilio di alcun effetto speciale: se a questa uniamo una verve compositiva che esclude ogni calo di tensione, un gusto melodico che pone sempre la tecnica al servizio dei brani e non viceversa, ed una produzione ancora all’avanguardia a distanza di anni, è facile comprendere come il risultato finale non possa che essere qualcosa di fuori dal comune.
I Freak Kitchen sono un gruppo, in questa accezione del termine, straordinario, e questo album, pur discostandosi leggermente dagli altri, è con ogni probabilità il loro lavoro più riuscito e meglio rappresentativo. Da avere.

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