I lusitani Forgotten Suns esordiscono su ProgRock Records con il loro terzo album Innergy e pur provenendo da un passato musicale fatto di progressive rock classico influenzato da Pink Floyd, Marillion e Rush decidono con questo disco di indurire la propria proposta passando così ad un progressive dalle caratteristiche spiccatamente metal. Ma diciamolo subito, non si tratta certo di un lavoro imprescindibile. Trascuriamo pure l’eccessiva prolissità di alcuni brani che si disperdono in minutaggi troppo elevati e facciamo finta di non renderci subito conto dell’evidente derivatività delle soluzioni compositive adottate, anche perché ai primi ascolti la band (tecnicamente molto valida) sa colpire per potenza ed impatto e sa altresì come compiacere chi l’ascolta: chitarre “grasse”, riffing serrato, tempi dispari e cambi di tempo ed ancora stacchi fusion, assoli sparati alla velocità della luce e tastiere tentacolari dalla forte impronta rudessiana. Insomma un songwriting decisamente ricco, la ricetta perfetta. Peccato che tutto ciò non basti. Flashback ci riporta profeticamente indietro al tempo in cui i Fates Warning concepivano il criptico Disconnected, mentre la triade composta da An Outer Body Experience, Outside In (inno all’elucubrazione strumentale) e Nanoworld sembra delinearsi come un trattato di storia del prog made in USA, fatto di immagini e parole dai frequenti riferimenti all’intera carriera del Teatro del Sogno arricchiti, tanto per rimanere in tema, da spunti fusion in stile Liquid Tension Experiment. Da citare a parte invece la buona prova di Racing The Hours, carica di potenza e di Armored Saint, in cui la band lascia finalmente emergere il proprio carattere e ripropone con personalità quei “riff circolari” che fecero la fortuna dei Symphony X del sempre attuale The Divine Wings Of Tragedy. Però con il procedere degli ascolti ci rimane tra le mani una sorta di vuoto di memoria, come se il tutto fosse passato senza lasciare alcun segno, mentre la carenza di spunti originali e di peculiarità sonore ci induce continuamente a raffrontare e a confrontare. Anche il prog metal è arrivato al suo punto di svolta, forse inflazionato dagli innumerevoli cloni presenti in scena o forse, più semplicemente, dai suoi stessi stilemi che sono stati definitivamente inglobati nella cultura di un genere che sembra non potere oltremodo “progredire”, se non rivoluzionandosi nell’intima sostanza (qualcuno ha detto Mastodon?). Mancano le emozioni ed è un vero peccato, anche se forse un poco ce lo aspettavamo.

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