Posso essere sincero? Come tutti (o come quasi tutti) ho amato profondamente il Power nella mia prima incarnazione metallica… poi con il tempo, con le esperienze e tanto altro ho aperto sempre di più gli orizzonti verso tutti gli altri generi. E il power un pochino l’ho… perso di vista. Ma questo non è stato solo dettato dal caso: in effetti grandi uscite in questo ambito, se si escludono i soliti noti (Gamma Ray, Helloween, Blind Guardian, Avantasia, Stratovarius e pochi altri ) non ce ne sono state molte anzi, pur essendo un genere che conta su una solidissima e ampia base di fans è forse uno di quelli che più ha faticato negli ultimi anni a trovare nuovi interpreti degni, ritorcendosi spesso nei propri suoni, gia sentiti e risentiti, creando alla fine una certa “noia” da parte dell’ascoltatore.
Partiamo da questa considerazione per andare ad analizzare questo lavoro dei nuovi Forcentury, progetto che di nuovo non ha nulla essendo i nostri sulla breccia nel mondo underground da una vita ma giunti solo oggi ad un primo lavoro completo.
Originari della splendida Copenhagen, i nostri sono dediti ad un power che mixa con una certa bravura gli Statovarius con gli Helloween, in un blend che alla fine riesce a piacere e catturare.
Tastiere presenti ma mai invadenti danno tocchi di progressive quà e là, ma sono sprazzi e aperture sporadiche in un mare di riffoni veloci di chitarra, con la batteria a dettare legge sul ritmo, rallentato ed accellerato più volte a seconda delle esigenze della song.
Power, niente di più, niente di meno, ma di quel power come lo si intendeva negli anni Novanta, in un album che ricalca in tutto e per tutto i dettami del genere, comprese le immancabili songs più lente (“Rise Of The Machines”), quelle che per intenderci partono piano, crescono un po’ alla volta fino a tornare al ritmo cadenzato iniziale, e la ballad (la scontata “Love And Honour”). I sei danesi però sono contagiati dalla velocità, e danno infatti i migliori risultati sulle songs più rapide e dirette quali le centrali “Bottom Line Zombies” e “Valhalla’s Call” , che non lasciano aspettare nulla ma partono come un treno da subito e trascinano l’ascoltatore in un mondo fantastico dominato dagli dei pagani e da strane creature oscure, con le keys ad aiutare gli strumenti più “metallicamente convenzionali” a creare giochi d’atmosfera che aiutano il singer a portarci in un’altra dimensione. Ottimi gli assoli di chitarra, con Master e Kijne a scambiarsi la palla più volte per creare intrecci interessanti e vari, così come nella puramente Stratovarius-sound “Son Of Poseiden”, in cui i nostri si sfogano in giochi rapidi e intriganti, non tralasciando mai la linea guida di un sound equilibrato e diretto, ma ritagliandosi anche ampi spazi personali, in cui accellerare e rallentare a piacimento il ritmo, che ne esce rinforzato e variegato.
La passione per il metal anni ’80 palesata dai nostri nella striminzita biografia inviataci viene fuori in “The Abyss”, che ci porta direttamente negli anni ’80 maideniani,con un’intro che Harris e soci non avrebbero certo disprezzato, prima che la velocità torni a farla da padrone.
Pecche in questo lavoro? Purtroppo una non indifferente: il singer. Buona la voce clean e pulita alle tonalità medie, risulta però eccessivamente statica e spesso un po’ “bassa” per la struttura delle song, che certamente avrebbero potuto essere ulteriormente valorizzate da un’ugola più ampia e varia, e che invece ne escono alla fine un pochino piatte.
Però in tempi di vacche magre, i fans del genere non rimarranno delusi da questo lavoro.

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