Nel tempo una band crea un proprio stile, un proprio sound e cresce anche tecnicamente e musicalmente. Di solito questa è la strada che aspetta tutti quei gruppi che hanno le capacità e l’intraprendenza per poter davvero dare qualcosa di importante al mondo della musica, chi in modo drastico e plateale, chi a piccoli passi o magari nel suo piccolo.
I nostrani Folkstone sono riusciti a raggiungere risultati strabilianti in pochissimo tempo: sono qui a presentare il loro secondo album e già ci colpiscono con un lavoro che lascia a tratti a bocca aperta nella sua semplicità per coerenza di idee e per abilità musicale.
Partiamo con il dire che i nostri e il loro management hanno fatto le cose in grande, invitando gli operatori del settore ai concerti di presentazione del nuovo album, per mostrare la coesione e la resa live dei nuovi brani proposti dalla band, non limitandosi a inviare come nella maggior parte dei casi il semplice sample del cd. Utile tutto questo anche perchè la grande abilità dei bergamaschi è sicuramente quella di riproporre i suoni dei dischi dal vivo, con grande precisione tecnica ma soprattutto con una personalità corale di tutti i membri che in sede live dà davvero ancora quel “qualcosa in più” che rende ogni singolo pezzo avvincente e trascinante.
Ma veniamo a questo Damnati ad Metalla, che già si presenta a noi con una copertina che fa chiaro riferimento al lavoro precedente dei nostri, ma soprattutto che colpisce per il grande lavoro grafico interno, bellissimo e curato.
Poi si parte con la musica e subito si capisce che i Folkstone nonostante le preziose e notevoli recensioni precedentemente ricevute da “Folkstone”, non si sono seduti sugli allori, ma hanno studiato e lavorato per avere un sound rinnovato, decisamente più metal, che li accosta spesso e volentieri, con le dovute e normali differenze stilistiche, ai sempre più apprezzati Eluveitie o ai patriarchi In Extremo.
Chitarre elettriche e batteria infatti in grandi spezzoni la fanno da padrone, venendo poi sostituite da strumenti tradizionlali quali ghironda, flauti e cornamuse, o arpa, in un mix calibrato e trascinante. Anche il songwriting, che pure è volutamente semplice, è curato e coerente, e questa volta esce dalle “taverne” del precedente disco per spingersi nelle profondità delle miniere (Freri), nelle coscienze perse e confuse dei crociati (Terra Santa), fino ad arrampiscarsi in una cover di Branduardi azzeccatissima (Vanità di Vanità).
Le linee vocali, pur con qualche minima incertezza su tonalità più basse, divengono decisamente più varie rispetto al lavoro precedente, rendendo ancora più appetibili i brani, che risultano assolutamente convincenti tanto dal vivo quanto su disco.
I musicisti sono assolutamente convinti di ciò che fanno, e mettono anima e impegno sia dal vivo che nella fase di creazione dei brani: la componente folk allarga i propri orizzonti con arpa e bouzouki, con bombarde e cornamuse a creare non solo fraseggi musicali ma anche o forse soprattutto un’atmosfera calda e avolgente che attornia l’ascoltatore portandolo per mano in luoghi e in tempi lontani. Uno studio musicale alla ricerca della massima resa sonora delle proprie idee che porta inostri ad utilizzare anche strumenti della tradizione ormai poco o pochissimo usati e conosciuti quali la cornamusa bergamasca, chiamata “Baghet” e presente con le sue note alte e particolari in “Nell’alto Cadrò”.
Difficilissimo indicare le hit del nuovo Lp, con tantissimi brani a dividersi questa palma. Tra quelli che sicuramente colpiscono maggiormente potremmo annoversare “Aufstasnd”, in cui il riff cattivissimo di chitarra ci porta decisamente in ambito metal, alternato però a strali di cornamuse, con un testo trascinante e orecchiabile.
Splendido il primo singolo (di cui circola già un bel video girato a Genova con il coinvolgimento dei fans), “Anime Dannate”, profondo e metal, con un ritornello semplice e convincente, pesante, che trascina fino a un rallentamento grandioso in cui il singer si esalta con il bouzouki, e su cui una lenta e malinconica aria femminile ci riempie di pensieri, prima che il ritmo deciso del ritornello torni a prendere il sopravvento in un crescendo, fino all’epilogo che lascia spazio ancora alle cornamuse per un brano che sarà una nuova bandiera dei Folkstone nei futuri concerti.
Il già citato “Frerì” invece si struttura come i classici brani del gruppo orobico, con le chitarre e la batteria a dettare il ritmo ma posti in secondo piano rispetto ai più tradizionali strumenti folk; brano ancora una volta travolgente nella sua semplicità di songwriting, che parla della triste storia dei bambini minatori, che per due soldi rischiavano e spesso perdevano (e in alcune parti del modo perdono tuttora) la vita nelle miniere di ferro e non solo. Anche qui, come in tutto l’album, l’incedere della song è trascinante, e la parte più puramente metal gioca a nascondino con quella folk, inseguendola e sovrastandola in brevi tratti, creando mini assoli di una e dell’altra componente, fino a fondersi insieme in un mix particolare e strutturato.
Veloce la successiva”Un’altra volta ancora”, in cui una voce femminile prima e un intero coro poi supportano la voce di Lore, che ci riporta (e non poteva mancare in un album Folkstone) in una squallida taverna medioevale, tra corni alzati, balli popolari, spezie e fumi vari (“è un delirio alcolico” ci dice il testo), per il più classico degli inviti a stare in compagnia e a godersi il frutto del luppolo e del grano. Arpa, flauti, cornamuse qui spadroneggiano incontrastati, mettendo in un angolo le guitars e lasciandosi accompagnare dal solo, preciso, ottimo drumming.
Intramezzo musicale prettamente folk denominato “Luppulus in Fabula”, prima della song che io personalmente considero il punto più alto dell’album: “Terra Santa” ci mostra la vera crescita dei bergamaschi, che creano una song splendida e complessa, che ha un incedere metal di chitarre elettriche e batteria, con voce femminile a creare ondulazioni arabesche che ben si legano all’argomento del brano, che parte descrivendo la speranza e la baldanza di un crociato che parte per la Terra Santa appunto, ma che poi piano piano si accorge che forse quello che gli era stato descritto e che si aspettava non è quello che in realtà le crociate offrono. Il folk si fa vivo soltanto da metà song in avanti, per creare una pausa riflessiva (simbolica, anche per il protagonista del brano) per poi riprendersi con le due componenti che procedono parallele e sovrapposte fino a fine canzone.
Ancora due note positive e degne di nota: “Nell’alto Cadrò”, in cui si ritaglia uno spazio importante anche Chiara con l’arpa e in cui si creano intrecci molto avvolgenti e coinvolgenti anche grazie al già citato uso delle “baghet”, le cornamuse bergamasche, per un brano enigmatico e piacevole, prima della già citata cover di Branduardi, curata e divertente, ma certamente azzeccata anche se a dire il vero uno dei pezzi meno travolgenti (ma proprio per caratteristiche del brano presumo) dell’intero album, e soprattutto di una splendida versione a cappella del tormentone “Rocce Nere”, rivista in versione “coro dei minatori”, che riesce a rendersi splendida anche se completamente differente per stile e connotazione dall’originale. Un plauso.
Allora: abbiamo trovato un nuovo fenomeno metallico in Italia? Presto per dirlo: due album sono pochi per dire se una band sia degna di diventare una concreta realtà nel mondo metal. Però dopo un lavoro come il presente le aspettative per le prossime mosse del gruppo (che intanto è già in giro per l’Italia con una buon numero di date già fissate a calendario) sono e saranno certamente alte. Per ora limitiamoci al presente, che è un disco da 5/5 che metterà d’accordo un po’ tutti, gli amanti del folk, del metal, e della buona musica in generale.

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