L’estate del 1986 era finita veramente da poco quando si sparse a macchia d’olio la notizia della morte di Cliff Burton. Mentre noi appassionati, increduli e poco informati, ci chiedevamo come uno dei gruppi cardine del movimento thrash avrebbe reagito ad un simile drammatico evento i Flotsam And Jetsam, fondati e capitanati proprio da quel Jason Newsted che avrebbe poi sostituito il povero Cliff, avevano da poco pubblicato il loro debutto per la Metal Blade, ma finirono da quel momento in poi per essere etichettati come “il gruppo in cui suonava il (nuovo) bassista dei Metallica”.

“Doomsday For The Deceiver”, questo il titolo dell’esordio del gruppo dell’Arizona, arrivava dopo la solita gavetta, consistente in un paio di demotape e nella partecipazione ad alcune importanti compilation, tra cui il settimo capitolo della celebre Metal Massacre, la stessa raccolta che aveva precedentemente contribuito a far conoscere mostri sacri del calibro di Metallica, Slayer, Overkill ma anche Dark Angel, Malice, Omen, Abattoir, Voivod, Armored Saint, Metal Church, Virgin Steele… davvero troppi.

L’album, formato da 9 brani e prodotto in maniera un po’ troppo grezza sebbene in linea con quelle dei gruppi agli esordi in quel periodo, mostra una band sicuramente ancora acerba ma tutt’altro che monocorde e priva di idee: negli otre 48 minuti che lo compongono si va dal thrash/speed dell’opener “Hammerhead”, il brano più vecchio del lotto in quanto risalente alla prima demo del gruppo, alle sfuriate thrash canoniche di “Fade To Black”, “Desecrator” o “U.L.S.W” (che sembrerebbe essere l’acronimo di “Ugly Little Slimy Wench” e riguardare le groupies), ai brani più strettamente legati alla tradizione, come “She Took An Axe” (dedicata alle macabre gesta di Lizzie Borden) o ancora “Iron Tears”, passando per quelli che per intensità, idee e costruzione reputo essere due veri capolavori del thrash di metà anni ’80 ovvero la splendida titletrack e la successiva “Metal Shock”, due brani articolati, lunghissimi (rappresentano un terzo del disco) e che da soli valgono tranquillamente l’acquisto del disco.

L’indubbia superiorità di uno scatenato, onnipresente e spettacolare Jason Newsted, il riffing serrato e incalzante delle due asce Michael Gilbert e Edward Carlson, la precisione di Kelly David-Smith alla batteria, la furia devastante di un gruppo voglioso di sfondare, la splendida sintesi tra cura delle melodie e viscerale attacco frontale sono tutti punti vincenti di questo disco, che se anche pecca in maniera evidente dal punto di vista solistico e del cantato di Eric A.K., che può piacere o meno ma indulge un po’ troppo sugli alti, non gli impedisce tuttavia di essere tranquillamente valutato come uno dei più bei dischi in assoluto della storia del thrash (per quel che conta è nella mia personalissima top ten del genere). Da ricercare senza remore e/o custodire gelosamente.

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