Sono un fan appassionato dei Fleshgod Apocalypse fin dalla loro nascita e ritengo che la band romana e perugina sia la band italiana più valida e più ricca di potenzialità nell’ambito della scena estrema nostrana. Ed è per questo da un mese esatto  ascolto  senza sosta, contento ed ammaliato, con una valutazione positiva, l’ultimo loro lavoro Agony. Una valutazione  che nonostante abbia destato in me anche qualche domanda, è stata irrazionale e di parte, incurante delle perplessità che avevo, devota soltanto al parere immensamente positivo che ho di questa band. Suggestionato e persuaso ho pensato che Agony fosse un platter fenomenale, dettato da una miscela perfetta di sinfonia classica, orchestra, epicità e death metal, avvolto in una tematica concettuale “agonizzante” ma ahimè, mi sono sbagliato per un mese. Ho capito il mio errore solo quando con razionalità e logica ho inserito nel lettore Oracles, il primo lavoro dei Fleshgod Apocalyspe, quello si, un capolavoro.  Il discorso sta tutto qui: se Agony fosse stata la prima fatica della band allora si poteva anche gridare ad un grande album, evidenziando tutte le potenzialità ed i meriti in causa ma dopo aver partorito un disco come Oracles, ecco che Agony si rivela per quello che realmente è: un disco mediocre.  Ed in questo caso c’è stata un’autentica involuzione della band perchè il paragone tra  Oracles ed Agony non regge proprio. Nessun brano presente di quest’ultimo platter è accostabile qualitativamente a pezzi come ‘In Honour of Reason’ o ‘Embodied Deception’, in nessun piano, sia sinfonico che estremo. Allora, si evidenziava la voglia di sperimentare orchestrazioni classiche e solenni amalgamate con il vero death metal di stampo americano, quello brutale davvero, senza compromessi, con le influenze “made in USA”, con i riff e le melodie dominate soltanto dalle chitarre, con i cambi di tempo e le accelerazioni repentine, con fluttuazioni e frazioni di batteria di altissimo livello. Ora con Agony è diverso: qualche spunto compositivo interessante come in “The Betrayal” o “The Violation” c’è,  ci sono violenti blast-beats, ci sono coinvolgenti ed eccelse note di pianoforte, si denotano le valide capacità tecniche dei musicisti. Gli elementi purtroppo sono tutti in un calderone plasticamente mal mixato, dove le chitarre, salvo qualche assolo ben composto, sono ridotte a ruoli marginali e ritmici a causa delle sfarzose orchestrazioni, che prese  individualmente sono affascinanti ma che non sono affatto un lusso per il disco in quanto offuscano tutto il resto avendo un ruolo principale; dove il basso percepito è ai minimi storici; dove la batteria porta tempi che ricordano una centrifuga di lavatrice in movimento; dove l’inserimento costante in ogni traccia, della voce clean pseudo-epica e pseudo-power, del bassista Rossi  a volte è fuori luogo ed irritante, ricordando vagamente qualcuno; dove nella lenta  “The Forsaking” sia la tonalità delle vocals di Riccardi, che lo stile intrapreso,  ricordano anch’esse vagamente qualcuno o qualcosa; dove il loro marchio di fabbrica Death stile americano è quasi snaturato a favore di un veloce death carente, sinfonico di  stereotipata fattura….ma ragazzi, aspettate un attimo…chi ha prodotto questo disco? La  Nuclear Blast. Ecco forse che allora qualcosa torna. Ad iniziare dal logo della band stranamente più leggibile in copertina, nelle descrizioni di prima riaffiorano forse i ricordi rispettivamente di Vortex e Shagrath. Forse è l’imposizione della titanica label che ancora una volta colpisce band di enorme talento  che vogliono affermarsi, in cambio di maggior visibilità e sistemabilità sul mercato, verso una canonizzazione stilistica  ‘dimmuborghiana’ confusa per cambiamento voluto, per tocco di modernità nel genere, complessità ed originalità. Confusione in cui sono caduto anche io ascoltando Agony dei Fleshgod Apocalypse per un mese, ma ora reinserisco Oracles nel lettore, ed è tutta un’altra storia.

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