Il secondo album dei Factory Of Dreams arriva a poco più di un anno dal precedente “Poles” e porta un po’ di novità in casa della band: innanzitutto “A Strange Utopia” si presenta più progressivo ed etereo del suo predecessore e, soprattutto, fa un passo in avanti notevole in termini di evoluzione musicale facendo sì che il paragone con gli Ayreon venga, anche se non sempre, allontanato. Il sound si è fatto più personale e più riconoscibile, merito anche di un approccio più fuori dalle righe. Ciò che, però, non riesce a far decollare veramente questo disco sono due cose: prima di tutto la voce di Jessica Lehto che, dopo un po’ di ascolti, diventa molto prevedibile e scontata nella costruzione delle linee vocali che contornano la musica; seconda cosa è la discutibile scelta di relegare strumenti come la chitarra elettrica e la batteria a puri e semplici sottofondi, probabilmente per dare un aspetto più soft ai brani. Questa scelta si rivela un’arma a doppio taglio, visto che l’impatto metallico del disco viene sacrificato per poter far emergere le doti vocali della cantante, sempre e comunque in primo piano. Per carità, con questo non voglio dire che si tratta di un brutto disco, ma soltanto che “A Strange Utopia” è un lavoro per orecchie onnivore, che masticano dal metallo (non troppo) pesante fino al progressive di matrice settantiana.
Attenzione: è facile cadere nel tranello di catalogare questo lavoro sotto il genere di gothic metal con cantato femminile, ma la storia è ben altra e non è certo il registro lirico di Jessica Lehto a trarre in inganno. Purtroppo, però, è invece proprio quello ad abbassare le quotazioni di un disco riuscito solo in parte e che avrebbe bisogno, vocalmente parlando, di maggiori variazioni. Per carità, con questo non dico che “A Strange Utopia” sia inascoltabile, soltanto che non è un lavoro che, tra qualche anno, sarà ricordato come caposaldo del genere, ma solo un disco destinato a restare nel reparto “uscite mediocri” della vostra collezione.
Decidete voi: se lo farete vostro, vi ritroverete con l’ennesimo disco trascurabile. Il consiglio che vi do è quello di prendervi il precedente “Poles”, lavoro meno personale e più sulla scia degli Ayreon, ma comunque più gradevole. Come succede in molti casi, quindi, ascoltate prima di metter mano al portafogli.

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