Bhè per gli amanti death metal asciutto e diretto made in Sweden il periodo è particolarmente ricco e pare fatto apposta per infoltire la propria personale raccolta di cd.

Arrivano in questo florido momento anche questi Facebreaker, conosciuti dai fans del genere per la presenza del singer Roberth Karlsson, già membro degli Edge of Sanity, e ora sul mercato con questo “Infected”, terzo lavoro sulla lunga distanza dei nostri, artefici negli ultimi tempi anche di tournee in giro per il sud Europa, in cui hanno lasciato più di un segno.

Il lavoro   non si discosta molto dai due precedenti e propone un death metal cattivo e senza fronzoli, fatto più che altro di riff pesantissimi, doppiacassa e growl ispirato. Nelle undici tracce che compongono questo lavoro ci sono poche variabili, e ad essere sempre il protagonista della scena è la combinazione tra growl diretto di Karlsson e i cori scream di Magnusson, che oltre a suonare il basso mostra un’ugola di tutto rispetto.

Il cd non parte in quarta come si potrebbe immaginare, poichè sono proprio i primi brani a colpire meno, preferendo stare sulle corde (peraltro abbastanza anonime) del death metal classico, senza un minimo di personalità, tanto da far pensare (e temere) ad un disco piatto e privo di novità interessanti.  La iniziale “Creeping Flesh” è quanto di più scontato si possa pensare parlando di questo genere musicale, e le corde non cambiano molto nella successiva  “Cannibalistic”.

Si inizia però ad intravedere la luce nella successiva “Torn  To Shreds”, in cui alcune aperture sinfoniche di guitars e soprattutto una maggiore alternanza tra mid tempo e speed inizia a creare interesse nell’ascoltatore , che finalmente viene preso per le….orecchie e può tornare a destarsi dal torpore, anche se è con “Epidemic” che le cose cambiano sul serio. Assoli di chitarra ruffiani e semplici ma di grande effetto, uniti ad un growl indemoniato, il tutto giocato su uno stuolo lento e cadenzato iniziano ad attanagliarci, per poi tirarci il primo (e per fortuna non ultimo) schiaffo in faccia con la successiva, velocissima e cattiva, “Bloodshed”, in cui la linea musicale resta la medesima dall’inizio alla fine della song, fatta eccezione per l’ormai classico assolo di chitarra , che davvero si inserisce benissimo tra le righe sonore, e che vede finalmente alzare anche il livello qualitativo del cantato, che si fa più volubile e interessante.

Ma è indubbiamente con il trittico finale che i nostri si guadagnano un più che meritata sufficienza: alla pesante oscurità e aria terrorifica di “Bloodthirst”  fa da contraltare la clamorosa doppiacassa velocissima di “Reanimating The Dead” in un cambio di tonalità preoccupante quanto ben eseguito e utile per comprendere al meglio il reale potenziale della band; ma è con  la fnale  “Infected” che i nostri danno il meglio. La song, che meriterebbe un posto migliore nella scaletta del lavoro onde evitare di rimanere inascoltata dai meno pazienti, ha inizio epico e glaciale, fatto di note ben scandite e precise, pulite,  per poi esplodere al primo grido di Karlsson in una botta sonora in cui le chitarre continuano nel loro infausto incedere malato e grave, mentre è la batteria che si erge a paladina della violenza. Goduria sonora!

Un’ottimo finale, a conclusione di un album valido pur non eccellendo in nulla, che però si lascia ascoltare con piacere, meglio se dalla quarta song in avanti. Un consiglio: non guardate la copertina mangiando!

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