Dopo 5 anni di silenzio e dopo uno split annunciato si fanno risentire a sorpresa gli Elend. La trilogia ispirata al “Paradiso Perduto” di Milton e’ terminata, e questo nuovo “Winds devouring men” porta con se’ parecchi cambiamenti (tra l’altro, se ho ben capito, il cd e’ ispirato ad un poema francese che si basa sull'”Odissea”, utilizzata come metafora per parlare del cammino dell’uomo)… la band e’ infatti ancora tremendamente oscura ed inquietante, ma i cori soffocanti che c’erano prima e le pompose orchestrazioni hanno lasciato lo spazio a delle voci femminili che stanno in sottofondo e fanno solamente vocalizzi, mentre le orchestre si riducono sostanzialmente ad archi.
La grande protagonista del disco e’ la voce maschile, pulita e spesso “declamatoria”, accompagnata ora dagli elementi descritti prima, ora da un’elettronica quasi industrial. Gia’, perche’ la novita’ e’ che le atmosfere pompose che prima erano orchestrali in questo disco sono state rese da elementi sonori disturbanti che stanno sempre in sottofondo, tranne che nella parte centrale del disco, dove vengono fuori in maniera brutale e mandano il resto in sottofondo. A questo si aggiungono altre due forti influenze che venano il disco: il folk apocalittico e dei momenti alla Dead Can Dance.
Se tutto questo vi sembra uno strano miscuglio ricredetevi, il tutto e’ miscelato e messo insieme in maniera perfetta. Il risultato e’ un disco difficilissimo, che richiede molti ascolti per essere assimilato, ma che fin dall’inizio inquieta nel profondo. La sensazione di oscurita’ e di inquietudine che trapela da questi brani e’ incredibile, e il disco e’ capace di turbare nel profondo, di infastidire quasi…

Ma parliamo un po’ dei brani… Il disco si apre con “The poisonous eye”, pezzo dominato da un’atmosfera da cerimoniale apocalittico (non a caso questa traccia richiama alla mente il folk apocalittico) con vocalizzi femminili conturbanti, che risultano ancora piu’ distorti dai rumorismi che ci sono in sottofondo… interessante notare come invece in “Under war-Broken trees” la situazione si ribalti, e a momenti in cui il rumorismo se ne sta in sottofondo (e le atmosfere sono dominate da passaggi chiaramente ispirati ai Dead Can Dance) si sostituiscono momenti in cui tutto il resto passa a fare da accompagnamento e le sonorita’ noise/industrial reclamano il palcoscenico con un effetto davvero straniante!!
Per rimanere in tema di noise non si puo’ non citare la title track, un pezzo che richiama alla mente l’electronic dark ambient di Lustmord, con i suoi rumorismi e le suggestioni sonore, che creano atmosfere piu’ che avere una melodia vera e propria… Il contraltare di queste composizioni sono poi brani come “Worn out with dreams”, composizione meno apocalittica e piu’ malinconica, dove gli archi sono in bella vista e le melodie sono preponderanti rispetto alle intenzioni ambient. Ci sono poi pezzi come “Away from barren stars” dove questi due aspetti sono mischiati, e momenti ambient si alternano a rumorismi che poi lasciano spazio a parti piu’ melodiche, e una composizione come “Vision is all that matters”, costituita da momenti ancora una volta ispirati ai Dead Can Dance, ma stravolti da parti che fanno pensare ad una versione schizoide di “Una notte sul Monte Calvo”.
I pezzi in chiusura dell’album sono poi piu’ melodici, ed abbiamo una “A staggering moon” ricca di vocalizzi femminili e di intrecci tra archi e chitarre acustiche ed una “The plain mask of daylight” dove la voce maschile declama versi con una intonazione triste e sofferente, mentre gli archi sottolineano il suo tormento… Mancano da citare “Charis”, brano molto lento che mi fa pensare un po’ ai My Dying Bride piu’ atmosferici e “The newborn sailor”, che si apre in maniera molto “apocalittica” con tanto di campane e voci femminili “da requiem” per poi diventare un po’ meno oscura.
La versione limitata del cd ha infine una bonus track (“Silent Slumber:A God That Breeds Pestilence”), un altro brano in linea con l’album e molto triste.

Difficile dare un voto numerico a questo cd… ai primi ascolti mi inquietava ma non mi colpiva, ho pero’ intuito subito quanto questo fosse un disco molto “sentito”, anche se non riusciva a rapirmi. Ancora adesso, dopo tanti ascolti, riconosco la notevole caratura di questo album, tuttavia provo quasi un senso di fastidio mentre lo ascolto… troppo oscuro, troppo inquietante, ma forse era proprio questo che gli Elend volevano provocare. Per questo mi trovo in difficolta’ nel sintetizzare tutto in un solo numero… io do’ un 7.5 perche’ il disco si mostra capace di sconvolgere, ma c’e’ anche qualcosa che non mi convince (forse e’ proprio questo effetto “disturbante”).
In ogni caso non e’ dal numero che dovete capire se “Winds devouring men” fa per voi, questo e’ uno di quei casi in cui e’ fondamentale capire dalla recensione se il disco puo’ interessarvi o no. Un ascolto preventivo e’ comunque consigliato, giusto per sapere a cosa andate incontro, ma sicuramente non vi bastera’!!
Davvero inquietanti gli Elend, ancora una volta…

Sauro Bartolucci

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