Dopo quasi tre anni dall’ultimo album in studio, “Mandrake”, ma dopo appena sei mesi dal doppio live “Burning Down the Opera”, tornano alla ribalta i teutonici Edguy con questo lavoro che, lo dico sin da subito, va a piazzarsi in vetta alla loro produzione, fianco a fianco col fino a prima ineguagliato “Vain Glory Opera”.
Sono passati sei anni dall’uscita di quel disco e bisogna dire che gli Edguy nel frattempo sono maturati, e non di poco. Innanzitutto nel suono proposto, che si presenta più compatto e uniforme, al limite dell’iper-prodotto, com’è ormai quasi la regola in casa Paeth. Ma anche gli arrangiamenti hanno fatto passi da gigante e raggiungono finalmente quello che avevano solo provato a fare con il precedente album. Se il primo punto può essere opinabile, per quanto riguarda il secondo trovo ci sia poco da discutere, ed è un segno molto positivo per Sammet e soci.
Gli Edguy, si sa, sono però sin dai positivi esordi uno di quei gruppi che divide la scena degli ascoltatori metal: c’è chi li apprezza e li segue con stima e chi li reputa la summa del power banale e pallida imitazione di quanto fatto sentire dagli Helloween dei due “Keeper of the Seven Keys”. E che il sogno della band fosse quello di poter arrivare a scrivere un ipotetico terzo capitolo della serie è stato da sempre chiaro, ma posso dire tranquillamente che non ci sono riusciti neanche stavolta, perchè quello che hanno scritto con “Hellfire Club” è un album di metal melodico, a tratti volutamente ruffiano, che si lascia ascoltare e riascoltare dalla prima all’ultima nota, ma che ha un’impronta dannatamente personale.

La canzone che brilla su di tutte è, a mio avviso, la lunga e varia “The Piper Never Dies”, che include davvero di tutto un po’. Parti veloci, ottime melodie, passaggi rock dal sapore vintage (con tanto di organo hammond) ma anche un bridge che porta alla mente melodie di certo rock Eighties. Dieci minuti che scorrono via in assoluto piacere.
Vi sono poi canzoni tipicamente “alla Edguy” come l’orecchiabile “Down to the Devil” o la più aggressiva “Under the Moon”, ma allo stesso tempo ci sono brani che mai ti saresti aspettato di sentire suonare dal gruppo tedesco, come la scanzonata e ridanciana “Lavatory Love Machine” che, seppur nata per scherzo, si è trasformata in uno dei momenti più belli di tutto il disco.
Come già detto, il cardine di questo disco, quello su cui più gli Edguy puntano, è la melodia: non stupitevi quindi se vi ritroverete dopo solo un paio di ascolti a canticchiare insieme a Sammet il ritornello di “We don’t need a hero”, così accattivante da risultare quasi ruffiano; e, proprio a proposito di Sammet, come giudicare la sua prova? Il “patron” degli Edguy ha raccolto negli anni, con la sua voce nasale e particolare, più detrattori che ammiratori ma, se si lasciano perdere gli acuti, è una particolarità che fa solo bene agli Edguy. Sia chiaro, non mi sognerei mai di paragonarlo ai veri mostri sacri dell’ugola rock/metal, ma se vi dovesse essere l’obbligo di schierarsi pro o contro Tobias, io non sarei certo fra i suoi critici più feroci.

Voce particolare, melodie fini, arrangiamenti curati; abbiamo parlato di tutto questo ma è ancora rimasta in sospeso una domanda: E’ vero metal?
Ad una sciocca domanda, sciocca risposta, e dico che con “Hellfire Club” ci troviamo di fronte a un disco di fottuto pussy metal. Ma ce ne fossero di altri dischi così…

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