Ci risiamo: come ogni anno mi capita tra le mie mani il promo di una o più band che fanno della velocità il loro unico e solo marchio di fabbrica fregandosene altamente di provare a rendere una canzone un minimo brillante oppure interessante. Questa volta mi ritrovo tra le mani il nuovo disco dei Dragonforce che con “Inhuman Ramapge” raggiungono il traguardo del terzo album.

Generalmente tendo ad odiare questo tipo di band tuttavia, nonostante questo mio “pregiudizio” o “difetto”, chiamatelo come volete, il nuovo lavoro dei Dragonforce si rivela carico di momenti piuttosto interessanti nonostante le canzoni proposte dai cinque musicisti siano oltremodo scontate e caratterizzate da una banalità incredibile. La proposta musicale dei Dragonforce, non si allontana di un solo millimetro da quanto udito già nei precedenti dischi e per tutta la durata dell’album siamo “costretti” ad ascoltare composizioni che fanno della velocità la loro unica e sola ragione di vita: insostenibili tempi di batteria si fondono, infatti, con ritmiche di chitarra velocissime e assoli al fulmicotone per mano di Herman Li e ci si domanda come facciano questi ragazzi a reggere un intero concerto. Dovendo fare un paragone con le precedenti release della band in oggetto, “Inhuman rampage” si dimostra come l’album più bello e forse più “vario” scritto fino ad ora dai Dragonforce. Si parte alla grande, ma soprattutto più veloce della luce, con un pezzo come “Through the fire and flames” seguito a manetta da “Revolution deathsquad”, altro brano incalzante e probabilmente capace di scatenare un incredibile pogo in sede live. Con la successiva “Storming the burning fields” vediamo i Dragonforce provare ad inserire qualche stacco che riesce a spezzare un po’ la monotonia di un brano lanciato a mille, mentre incredibili sono i duelli in fase solista tra Li e il tastierista Pruzhanov, due assoluti mostri di bravura. Non c’è bisogno di spendere altre parole sui restanti brani, in quanto si rivelano in sostanza identici tra loro e nemmeno la ballad finale, “Trail of broken hearts” riesce a risollevare almeno un pochino le sorti di un album di per sé troppo scontato.

Il problema rimane sempre lo stesso: dopo l’entusiasmo iniziale, che diminuisce man mano che si riascolta l’album, ci si rende davvero conto di quanto questi brani siano davvero tutti uguali l’uno con l’altro e che se non fosse per il nostro lettore cd, che ci avvisa tramite il display quale canzone stiamo ascoltando, probabilmente non ci renderemmo conto del cambio di pezzo.

Insomma, se siete fans del power metal portato ai livelli estremi allora comprate pure questo disco, sicuramente sarete felici. Io preferisco spendere i miei soldi per dischi più interessanti.

E ora aspettiamo i Metalium…

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