Non deve essere facile affrontare la scelta della lingua da utilizzare per il debut-album… non deve esserlo stato certo per questi downtonone, novità livornese per la Risingworks. I ragazzi hanno talento, questo è innegabile, ma forse la scelta della nostra lingua madre in alcune composizione non è la scelta giusta. La giusta rabbia si concentra in queste 12 tracce in cui si sente pesantemente la mano di Marco Trentacoste, il mixer anche di Rezophonic e Le Vibrazioni. E proprio ai Rezophonic ci si ispira apertamente in alcuni brani. Compatto, il gruppo dimostra di possedere uno spessore notevole, fornendo prove non monolitiche ma sicuramente pesanti, su cui gioca la voce di Mikol, non sempre all’altezza proprio per gli equilibrismi cui lo costringe l’Italiano, anche se dotato di un calore e un timbro particolarmente adatto per questo genere di musica. La lingua si diceva… Già, perchè in alcuni pezzi sembra che il testo sia stato redatto senza ascoltare la musica, tanto da doversi poi contorcere per restare nelle note del brano… Purtroppo l’italiano non è forse così volubile come l’inglese, che con le sue paroline corte si presta particolarmente alla musica, poichè con tale lingua ogni parola può essere assoggettata al ritmo, alle note… Qui soprattutto in brani quali “Quel che non sei” o “Dentro un attimo” sembra davvero che le frasi partano bene e poi vengano velocizzate solo per restare nel complesso dell’armonia, appesantendo di conseguenza il brano, che sembra troppo intriso di parole.
Di sicuro successo “Aria”, che sembra pronto per le radio (ma molti di questi pezzi potrebbero tranquillamente scorrere sui nostri teleschermi o sulle nostre frequenze senza farci stupire più di tanto) I testi sembrano creati per far presa su generazioni di fans di Mtv, soprattutto la lenta e malinconica “Fino in fondo”, in cui potrebbe averci messo lo zampino un Battiato vista la particolarità di alcune frasi, ma che, scherzi a parte, davvero potrebbe funzionare in sede di lancio grande stile del combo. Lancio che certamente non sarebbe immeritato, perchè pur strizzando l’occhio più al mercato che al crossover puro, i ragazzi hanno talento. Come dimostrano nella cover, davvero particolare, di “Breakthru” dei mostri sacri Queen, dove intelligentemente nessuno pensa di sfiorare nemmeno tonalità che solo Freddy poteva toccare, e dunque ci viene proposta una piacevolissima cover che esce da tutti gli schemi: da ascoltare.

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