Nascere come progetto parallelo ed imporre il proprio status di band a tutti gli effetti con strafottenza, atteggiamenti da anti-star ed uno sconsiderato amore per la propria proposta. Facile a dirsi, vista la vertiginosa cadenza con cui nascono superband di plastica; difficile a farsi, visto l’effetto inoffensivo delle frecce all’arco dei più. Signori, ecco l’eccezione che conferma la regola, una mosca bianca, la goccia di singolarità in un mare mediocre: a voi, i Down.

Formati da “tali” come Phil Anselmo, Pepper Keenan e Rex Brown, i sei in questione sono personaggi che non hanno mai avuto né l’esigenza, né la ruffianeria di chiedere dazio al proprio glorioso passato per richiamare attenzione ed idee. Sarebbe stato facile, comodo, liscio; non sarebbe stata la prima volta: una manciata di pezzi rubati da un fritto misto di b-sides, formazione altisonante ed ecco l’ennesima ciofeca da consegnare al mercato. Non per loro che, solo dopo sette anni da quel fantastico esordio che portava il nome di ‘Nola’, decisero di ritornare a calcare le scene con questo ‘II’ aspettando di avere tra le mani qualcosa di maturo, pronto e, soprattutto, vero. E’ così che nasce l’intensa ora della seconda perla della discografia dei Down: quindici pezzi che trasudano passione, calore ed un’attitudine quanto mai sentita. Nato durante l’era del collasso del death metal melodico, quando più nessuno se l’aspettava, arriva un disco lontano da ogni trend, unico nel suo genere e pregno di sudore da passione. Ancora una volta i sei statunitensi pagano tributo alle proprie origini geografiche ed a quella passione per il southern rock che li ha riuniti sotto la bandiera dei Down. Una proposta sporca, grezza, nata da uno jamming intensivo di ventotto giorni in cui questi splendidi musicisti hanno vissuto ed assaporato il prodotto che andavano a creare, senza mai lasciare una stalla ribattezzata “Nosferatu’s Liar”. Il clima creato è lontanamente immaginabile, il risultato difficilmente descrivibile. Le atmosfere, rispetto all’esordio, divengono sempre più affannate e meno ariose. Un’alternanza esponenzialmente marcata e nervosa tra il calore dell’unplugged e la pesantezza dei chitarroni sludge viene sbattuta in faccia all’ascoltatore senza filtri o cuscinetti acustici che rendano più comodo il viaggio. Qui siamo nel sud e tutto è maledettamente perfetto così, partendo da una produzione spettacolare, per finire ad un filo atmosferico che tiene legate in maniera indissolubile le tracks dando al disco la sembianza di storia in cui ogni capitolo è fondamentale. In tutto questo, un interprete ed un narratore unico entra nella parte e dimostra, ancora e più dell’uscita precedente, la propria istrionicità e la forza nell’imporsi a forza di carattere e qualità. Qui, più dell’episodio precedente, Phil Anselmo sembra a suo agio facendosi risucchiare nella fangosità degli spigoli sludge ed emergendo dolcemente quando la proposta si ammorbidisce. Un amalgama perfetta ed unica nel suo genere che riusciva a confermare ed erigere i Down a band intoccabile, coperta di quell’aurea di inattaccabilità che sempre meno meritano e sanno portare. Così si entra nella storia.

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