Questo disco dividerà i fans del gruppo, l’avevo immaginato e sta puntualmente accadendo: il passato glorioso è una cosa con la quale le nuove uscite e le svolte musicali di un gruppo devono sempre fare i conti, nel bene e nel male.
Se da un lato l’ingresso di John Norum al posto del partente Reb Beach aveva fatto immaginare un ritorno alle vecchie sonorità del gruppo tanto care proprio al chitarrista svedese (che quindici anni fa lasciò gli Europe nel momento del loro massimo successo perchè desideroso di suonare una musica più vicina a quella dei Dokken), già dalla circolazione di “Sunless Days”, brano scelto come apripista per l’album, si poteva intuire che le speranze erano destinate a restare tali. “Long Way Home” è però un buon disco, ed è un disco dei Dokken, indiscutibilmente. Certo il sound è cambiato, la chitarra aggressiva di Lynch non c’è più e ora si punta più sulle melodie e sugli arrangiamenti ma sfido chiunqe ascolterà il disco a negare la mia precedente affermazione. Molta melodia e poca chitarra dunque, due cose sulle quali punteranno il dito i fans più intransigenti, che grideranno al tradimento e magari accuseranno Don e soci di commercialità, condannandoli, come sempre, per non avere riproposto neanche questa volta la musica che vent’anni fa rese famoso il gruppo, non capendo quanto sia difficile (impossibile?) farlo e forse anche insensato.
L’album parte con la già citata “Sunless Days” che dà subito le coordinate del disco: non troverete niente di più duro o sparato, a parte forse “Under The Gun” l’unica traccia che sembra avere attraversato il tempo ed essere arrivata a noi direttamente dalle registrazioni di “Back For The Attack”. E’ un buon pezzo, adatto secondo me al ruolo che gli è stato affidato proprio per quanto appena detto. Si prosegue con “Little Girl” e “Everybody Needs (To Be With Someone)”, due tracce ritmate e melodiche in perfetto stile Dokken, “You” che mi ha ricordato vagamente gli Alice In Chains, e “Goodbye My Friend” ballad acustica soft e delicata. “Magic Road” riporta il disco su binari più standard al gruppo e cede il passo alla ballad midtempo “There Was A Time” che passa senza destare particolare interesse. “Heart Full Of Soul”, cover degli Yardbirds che mal si amalgama col resto dei brani ma che comunque non dispiace, “Under The Gun” di cui già ho detto e “I’ve Found”, altra ballad acustica, concludono un disco la cui unica vera pecca, per chi scrive, è quello di durare troppo poco.

Se amate alla follia solo la triade “Tooth And Nail”, “Under Lock And Key” e “Back For The Attack” allora fermatevi, non comprate il disco, lo odiereste. Se invece siete di più ampie vedute e non vi scandalizzate o vergognate ad ascoltare un buon disco di moderno hard rock melodico allora recatevi dal vostro venditore di fiducia e date una chance al disco, sono sicuro che molti di voi se lo porteranno poi via.

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