Allora, da dove cominciare? Per prima cosa voglio mettervi a conoscenza della mia smisurata passione e rispetto per quello che considero uno dei musicisti allo stesso tempo più eclettici ed inventivi che si possono trovare nell’intero panorama musicale. E’ impresa ardua riuscire ad elencare con calma tutti i progetti in cui è stato coinvolto, sia come band che come progetto solista. Cominciando come musicista di Steve Vai, ha messo in piedi quella che è sempre stata unanimemente conosciuta come la sua occupazione principale, ovvero i superbi Strapping Young Lad, alfieri dell’industial/death/thrash (anche se è quasi impossibile incamerarli in un unico genere), che hanno pubblicato alcuni album di elevatissima caratura e di un estremismo a volte quasi indescrivibile. L’alter-ego buono degli Strapping è sempre stata, nella vita del musicista, la Devin Townsend Band, vera e propria opposizione alla violenza già citata, con partiture comunque complesse, ma più allegre e ariose, quasi impossibili da attribuire ad una persona da sempre collegata al culto della deflagrazione musicale. Già tutto questo sarebbe sufficiente, ma bisogna aggiungere anche un paio di dischi a semplice nome “Devin Townsend” (l’ultimo “Ziltoid The Omniscient” è quanto di più divertente abbia mai composto, praticamente un misto fra i suoi altri due progetti), e la sua attività recente di produttore discografico, che sembra piacergli davvero moltissimo. A tutto ciò si vanno a contrapporre alcune recenti dichiarazioni che lasciavano presagire un addensamento di nubi sul futuro soprattutto della band principale. Devin ha espresso più volte la sua contrarietà alle esibizioni live, comunicando di sentirsi spossato, volendosi dedicare solo a progetti in studio. Non era la prima volta che venivano esposte queste sensazioni, ma stavolta sembrava che fossero state mantenute le promesse di non ritornare sui palchi. Prima “Ziltoid”, poi questa nuova idea musicale, semplicemente chiamata “Devin Townsend Project” (che fantasia…!), che sarà divisa in quattro diverse parti. La prima è quella che sto recensendo, e si chiama “Ki”. L’idea di fondo, secondo le parole del musicista, è quella di avere quattro differenti line up per ognuno dei quattro album, con persone che incarnino alla perfezione l’essenza della musica proposta nel disco in cui suonano. Poi, come ovvio, Devin si smentisce di nuovo, dicendo che tale progetto sarà proposto anche dal vivo, con membri “definitivi”, scelti come rappresentanti fra tutti quelli che vi hanno partecipato. Stando alle sue parole, poi, questo primo capitolo sarà un po’ un’introduzione al resto, per arrivare al climax totale nel terzo, che dovrebbe incarnare l’essenza più estrema di sempre. Il quarto risulterà essere solamente ambient music. Staremo quindi a vedere, intento andiamo a scoprire cosa ci propone questo primo “Ki”.
Da grande fan del poliedrico artista è lecito aspettarsi quanto di meglio ci possa proporre. Ma dopo aver ascoltato il nuovo album mi sorge spontanea una domanda. Ho sbagliato cd? Sì perchè se l’intro calma e pacata non stupisce più di tanto, e nemmeno la prima song, “Coast” lenta e melodicissima, con tanto di voce suadente, ai limiti del pop (!!!) dalla seconda mi comincio a preoccupare, perchè spunta di nuovo fuori una tranquillità quasi surreale, inframezzata solo da un momento più ritmato e più in linea con la media delle partitura base che ben conosciamo. La preoccupazione aumenta con lo scorrere della tracklist. Signori, Devin Townsend si è definitivamente bevuto il cervello. Niente metal, e pazienza, ma quasi nemmeno rock, e se non fosse per la voce che risulta comunque riconoscibile anche se totalmente melodica e “candida”, parlare di Devin Townsend sarebbe impossibile. Cioè, parliamoci chiaro, chi riuscirà ad arrivare fino alla fine dell’ascolto di “Ki” mi faccia un fischio, che gli offro volentieri una birra. Un disco praticamente incomprensibile, infarcito di una miriade di elementi diversi, tra i quali ogni tanto spunta giustamente qualche sonorità più “conosciuta” e tipica della sua musica, con però una pacatezza e una monotonia di fondo impressionanti, che se si dovessero ascoltare prima di andare a dormire, concilierebbero il sonno meglio del contare le pecore. Non voglio criticare un album solo per la sua tranquillità e melodia generale, sia chiaro, ma qui secondo me si rasenta il ridicolo, con una gamma di suoni iper commerciali e “poppeggianti”, tanto che in alcuni frangenti se si sostituisse la voce con quella di una star del pop moderna, si otterrebbe la ballad perfetta. Incredibile, come il nostro per la prima volta abbia deluso così tanto. Si sarà pure stufato della sua nemesi “cattiva” ma almeno la Devin Townsend Band, pur non essendo un progetto estremo, sapeva essere convincente e stupiva per inventiva e qualità. Qui invece siamo lontani da qualsiasi parvenza di completezza. Un peccato, un amaro in bocca che mai avrei pensato di ritrovarmi. L’unica cosa che si potrebbe salvare in molte songs è la presenza di chiari riferimenti al prog o addirittura all’ambient, o qualche elemento più “tirato” che non sembra avere però nulla a che fare con il resto.
Cosa aggiungere ancora? L’unica cosa che mi impedisce di affibiare a “Ki” il minimo dei voti, che mai e poi mai avrei anche solo pensato di poter dare, è il fatto che il canadese ha stupito, questa volta nel male, di nuovo tutti, e bisogna dargliene atto. Lui sembra nato per questo, il non essere mai scontato fa parte della sua indole, di certo non è un artista che si adagia sugli allori. Perciò per fortuna mi sento di aumentare il voto di un punticino, sperando di poter nel prossimo futuro godere di nuovo di qualcosa di speciale a firma Devin Townsend, magari già con i prossimi tre capitoli della trilogia che ha deciso di pubblicare, che viste le parole dell’interessato dovrebbero, come già detto, risultare totalmente differenti fra loro e aumentare la loro irruenza di album in album. Nel frattempo evitate assolutamente “Ki” e procuratevi, se non conoscete questo genio musicale, “City” dei SYL e “Synchestra” della DTB, non ne rimarrete certamente delusi, credetemi.

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