Ritorna sulle scene discografiche il “prezzemolino” Derek Sherinian con il suo quarto album solista. Devo ammettere che non ho mai apprezzato granchè Sherinian nei Dream Theater, nè nei suoi progetti personali compresi i suoi precedenti album solisti.
Non mi aspettavo quindi niente di particolare o sorprendente e nemmeno di interessante, ma qualcosa in questo suo nuovo lavoro mi deve avere stregato. Non può certo essere stato l’alto numero di ospiti, anzi super-ospiti, ad avermi colpito perchè Sherinian si è sempre circondato, o ha lavorato, con alcuni dei nomi più famosi del Rock, Hard Rock ed Heavy Metal. Non è stato nemmeno il suo virtuosismo, che non ho mai nè apprezzato nè capito. Mi sono chiesto più volte cosa può essere stato a farmi apprezzare questo album e la risposta è stata solo una alla fine: questo disco è dannatamente ruffiano da tenerti incollato per tutti e tre i quarti d’ora di durata.
Questo è un validissimo album Metal Prog, nel senso che la componente Metal è fortissima rispetto a quella Prog.
I granitici riff di chitarra di Zakk Wilde la fanno da padrone in “Day Of Dead” e in “God Of War” che risulta veramente la più aggressiva e accattivante insieme a “Trojan Horse”. Il brano “Alpha Burst” mi ha fatto tornare indietro al 1988 con “The Equalizer Busy Equalizing” di Stewart Copeland mentre l’estro di Sherinian viene messo in risalto nella bizzarra “El Flamingo Suave”, un titolo che è tutto un programma. In Mythology c’è posto anche per la dolcezza in “Goin’ To Church”, merito dei stupendi soli di Steve Lukather, mentre si sfocia in pieno stile Liquid Tension Experiment nella variegata ed elaborata “One Way Or The Other”, in cui i soli vengono affidati al violino di Jerry Goodman e le parti più jazz/fusion vengono affidate ad Allan Holdsworth.
Brano assolutamente inutile, scontato e poco ispirato risulta “A View From The Sky”. Si ritorna a valori decisamente più interessanti in “The River Song”, merito soprattutto della presenza del già citato Zakk Wilde: il brano è l’unico cantato, anche se in minima parte, in cui le tastiere ci sono solo per fare “scena”.
E questa è proprio la caratteristica di questo album: pur essendo il progetto solista di un tastierista non si ha una massiccia presenza del suo strumento che viene relegato in secondo piano preferendo utilizzarlo nei soli e nella creazione di atmosfere e di effetti.
Sherinian ha quindi svolto più un lavoro da “direttore d’orchestra” che di musicista.
Il risultato è veramente molto soddisfacente e il fatto che Derek Sherinian sia da tantissimi anni nel “music business” ad alti livelli gli ha permesso di confezionare il tutto in modo da essere facilmente usufruibile da più ascoltatori: album caldamente consigliato.

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