I Degree Absolute iniziano la loro avventura nel 1999 per volere del polistrumentista Aaron Bell. Nel 2001, dove aver completato la formazione della band con l’inserimento in pianta stabile di Doug Beary e Dave Lindeman, alla batteria e al basso, la band registra un demo di sei canzoni che attira l’attenzione dell’americana Sensory Records e finalmente riesce a pubblicare il proprio album di debutto.

Come già si può intuire dal nome e dalla copertina i nostri sono autori di un disco di puro prog reso ancora più micidiale e compatto da una sezione ritmica e da distorsioni puramente heavy metal, al limite a volte del thrash. Il disco parte alla grande con un brano come “Exist” che esalta sin da subito l’ascoltatore grazie a riff assolutamente micidiali che ricordano molto da vicino gli Zero Hour. Musicalmente parlando, la band si muove attraverso linee melodiche piuttosto tecniche e di difficile esecuzione che molto spesso lasciano spazio a momenti fusion e jazz.

Questo debutto non è assolutamente di facile presa, anzi ci vogliono diversi ascolti per assimilare quello che i nostri stanno suonando. Da “HalfManHalfBiscuit”, brano che fa della musica elettronica il suo centro focale, il disco diventa davvero complesso e di difficile ascolto e la successiva “Pi”, un concentrato assoluto di generi diversi che vanno dalla fusion al jazz, dal metal al prog, deve essere ascoltata più e più volte per rendersi davvero conto del suo reale valore. Più distensiva e più orientata al metal classico è invece la veloce “Ask nothing of me” che, sebbene mostri ancora una volta il marchio di fabbrica della band, si rivela come il brano più semplice e di maggiore impatto di tutto l’album. A ogni modo il disco scorre in maniera piuttosto pesante e non bastano brani “d’impatto” come “Laughing alone” e “Confession” a renderlo maggiormente appetibile. Durante il suo avanzare ci troviamo davanti a momenti davvero ispirati e di grande emozione, soprattutto grazie a parti melodiche ed evocative che i nostri inseriscono all’interno di quasi ogni pezzo. Un punto a sfavore della band è il cantato di Bell che si rivela troppo lineare e monotono rendendo i brani più pesanti di quello che sono. Degna di nota è la conclusiva “Ergo sum” che contrappone una pacata e acustica parte iniziale ad una più sparata parte centrale/finale che ancora una volta lascia libero spazio alla fantasia dei tre musicisti in un continuo susseguirsi di parti acustiche, metal, fusion e chi più ne ha più ne metta.

Parlando dunque sinceramente questo debutto si rivela dannatamente pesante e necessita di moltissimi ascolti per essere assimilato. Mi sento di consigliare questo disco solo ad un ristretto numero di ascoltatore, a quelli cioè che amano il prog in tutte le sfaccettature che lo contraddistinguono.

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