Un flusso di visioni, sapori, odori, immagini che si rincorrono come nuvole in un cielo terso, quando un vento sottile scuote appena la serranda che ci siamo dimenticati di chiudere. Ogni cosa ci scorre davanti, come se stessimo per morire, o per rinascere. I nostri passi in mondi che fatichiamo a focalizzare prima di venire inghiottiti da un turbine che sconvolge le coscienze. Oltre al dolore, alla sofferenza, all’incomunicabilità, c’è l’amore. Ne ricordiamo vagamente il sussulto sotterraneo, il suo stordirci prima di evaporare, per poi tornare, ciclicamente. La musica dei Deftones è tutto questo eppure è al di fuori di noi. Ma risulta talmente intima da essere capace di farci ricordare chi siamo, prima di cominciare a sognare. Non importa se quello che vediamo sia Bene o Male, l’importante è gettare qualche sguardo, di tanto in tanto.
Ancora una volta, dopo “White Pony”, Chino Moreno e compagni disegnano un nirvana (o un samsara) dove nascondersi diventa un dovere.
La loro musica non è mai stata così emotivamente fragile, talmente vicina ai Cure di “Kiss me Kiss me Kiss me” e “Disintegration” da portarne le profonde stigmate. Eppure il muro di chitarre è sempre imponente, la ritmica e l’impatto hanno la furia hardcore di sempre. Quello che è cambiato è il modo di rapportarsi alle onde sonore, la capacità di incanalarle direttamente verso il cuore.
“When Girls Telephone Boys” è emblematica: Chino Moreno grida come un ossesso; sotto, sopra, tutt’intorno, una specie di marasma sonoro metallico e filtrato che contiene un’identità melodica riconoscibilissima. “Minerva” ha un chorus quasi epico, pregno di enfasi umorale e umbratile. “Battle Axe” è vicino alla perfezione come nessun altro brano dei Deftones è mai stato.”Lucky You” è un esperimento pericolosamente riuscito: un pattern ritmico che è scuro come la dark wake e i Massive Attack, sul trono un Chino Moreno che recita con trasporto e intensità e che sembra davvero Robert Smith. “Bloody Cape” e “Hexagram” ci riportano sulla terra ferma con la loro aggressività gentile e contratta. Avanti così, fino al pianoforte di “Anniversary Of An Uninteresting Event” e la struggente “Moana”. E’ come guardare una vecchia foto in bianco e nero, un po’ sbiadita.
E pensare che in fondo i Deftones non sono andati poi molto oltre la formula che li contraddistingue da sempre. La voce urlata/pulita, i riff korniani, la batteria scarna e precisa, qualche effetto, qualche distorsione, un po’ di trip-hop. Davvero è solo questo? Dimenticatelo.
Dimenticate il metal, l’hardcore, l’emocore, la rabbia urticante di “Adrenaline”, l’attacco distaccato di “Around The Fur”, il revival metal-wave di “White Pony”. Tenete a mente i Deftones, la loro personalità, il loro essere imprescindibili, la loro grande musica.
Soprattutto via ogni sorta di preconcetto, perché non ce n’è bisogno, quando si è di fronte a tale grazia ed espressività.
Bene, adesso potete pure sognare.

Vincenzo “Third Eye” Vaccarella

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