Ultimamente sembra davvero impossibile non associare il nome di Devon Graves ad album di ottima qualità.
Da sempre, prima con i grandiosi Psychotic Waltz, ora con i suoi Dead Soul Tribe, ci ha abituato ad un’eleganza artistica che ha lasciato il segno in tutti coloro che apprezzano il progressive inteso come profonda rivisitazione di suoni, colori ed atmosfere rarefatte. Ancora una volta, dunque, il nuovo lavoro di casa Graves si rifà ad un contesto sonoro ricco di idee pregnanti e di non pochi simbolismi, giocato sulla ruvida proposizione di materiale concettualmente lontano dal mondo mainstream.
Simili, per intenti, ai Tool ed agli A Perfect Circle più introspettivi, i Dead Soul Tribe amano lavorare ai fianchi l’ascoltatore con una serie infinita di riff ipnotici ed avvolgenti, complice anche l’ottimo apporto del batterista Adel Moustafa il quale farcisce questo “The Dead Word” di non poche influenze tribali. “To My Beloved”, ad esempio, rispecchia in pieno il leitmotiv di cui sopra, alternando soluzioni quasi “mistiche” a sporadiche aperture melodiche. Una formula vincente che felicemente si ripete anche in brani quali “Someday”, dall’incedere oscuro e martellante, e nel capolavoro “My Dying Wish”, appena due minuti di dolci e suadenti note paradisiache. Un disco, dunque, che sembra non cedere mai il passo a bruschi cali di tensione, mantenendo costante il proprio (alto) livello qualitativo per tutta la sua abbondante durata.

Dopo gli exploit dei precedenti tre dischi, i Dead Soul Tribe danno nuovamente ampio sfoggio di tutte quelle che sono le proprie potenzialità compositive, confermandosi musicisti preparati e fantasiosi. Il quarto capitolo di una discografia ancora senza sbavature…

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