Pubblicato nel 2011

Prima di occuparsi di recensire l’autobiografia di David Scott Mustaine, bisogna fare un paio di premesse: anzitutto c’è modo e modo di narrare una storia, quindi troverete libri che si concentrano più sul lato descrittivo ed altri che invece riempiono ogni capitolo di colpi di scena e frasi ad effetto. Inoltre va detto che le rockstar non sono notoriamente delle persone con un grado di istruzione elevatissimo, soprattutto quelle che hanno vissuto il successo negli anni ’80, il che significa che scrivere un libro è un’impresa spesso al di fuori della loro portata. Per questo motivo spesso si affiancano a gente del mestiere, accreditata a caratteri minuscoli sulla copertina per evitare fraintendimenti e vergognandosi un po’ della cosa. Alice Cooper, Lemmy, Ozzy si sono fatti aiutare nel raccontare le storie delle loro vite e non c’è niente di male se il lettore si approccerà alla biografia con il giusto animo, soprattutto se esso rispecchia lo stile del personaggio in esame.

Tale dovuto prologo per spiegare che, più che di fronte ad un’autobiografia, sembra di trovarsi ad avere a che fare con un romanzo: gli eventi sono trattati con dovizia di particolari, rare sono le divagazioni ed ogni capitolo termina con una frase d’effetto che fa restare col fiato sospeso al solo scopo di girare convulsamente la pagina per scoprire il seguito della vicenda. In effetti, pur considerando l’acume che contraddistingue la personalità di Mustaine, riesce complesso credere che sia in grado di svolgere un compito così perfetto da romanziere navigato ed esperto, il che vuol dire una sola cosa: il contributo del biografo Joe Layden dev’essere stato massiccio. Ciò non è necessariamente un male, per carità, ma è un dato di fatto a cui va prestata attenzione.

Considerato questo aspetto, Mustaine è, senza mezzi termini, una delle migliori autobiografie rock che potrete leggere, seconda solo forse a The Dirt dei Motley Crue. Unite insieme questi ingredienti: un viaggio tra un’infanzia problematica con il perenne spettro della povertà, il sogno di diventare un musicista professionista con i neonati Metallica, il brusco risveglio quando fu scaraventato su un pullman diretto a casa dopo il licenziamento dalla band ed il perenne rancore provato nei confronti dei suoi ex compagni, tale che lo portò a fondare la sua creatura, quei Megadeth che furono la sua fortuna fino all’infortunio che lo decise a mettere (momentaneamente) fine alla sua band. In mezzo a tutto ciò, una marcata attitudine all’autodistruzione attraverso ogni tipo di droga ed alcolico condisce i passi dell’esistenza di MegaDave segnandola in maniera indelebile.

Il piglio da romanzo del libro piace moltissimo e raggiunge il suo obiettivo: tenere incollato il lettore alle pagine. Tante foto di corredo con didascalie del protagonista ed una ricca sezione fotografica centrale, inoltre, danno una chiara evoluzione del personaggio, anche a livello fisico per un uomo a cui la sacra triade sesso, droga e rock ‘n’ roll causerà non pochi problemi. Tra entrate ed uscite repentine dalle cliniche di disintossicazione, tour più o meno riusciti, licenziamenti di membri della band e successive audizioni, ne scaturisce il ritratto di una persona caratterizzata da un ego smisurato e da un rancore ancora maggiore nei confronti dei Metallica, rei di averlo scaricato senza preavviso e senza possibilità di replica.

Senza svelare ulteriori dettagli di un libro che si legge tutto d’un fiato, va detto che Mustaine è un’autobiografia controversa, piena di aneddoti già sentiti diverse volte ed in versioni completamente differenti. La verità su questi, infatti, non si saprà mai, ma ciò che rimane è il pensiero di un artista che si credeva invulnerabile, ma, sepolto sotto questa corazza, il suo vero io interiore cercava di emergere per poter lasciare un segno nell’umanità. Alla fine, probabilmente, ha ragione il buon MegaDave: ogni singolo passaggio della sua vita gli è servito alla fine per mettersi in pace con sé stesso.

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