Pubblicato nel 2010
www.darktranquillity.com

Si respira un’aria strana attorno a “We Are The Void”, una sorta di inquietudine indotta. Saranno le pile di CD che ad oltre un mese dall’uscita mi è capitato di vedere già ammucchiate nei grandi magazzini. Oppure sarà l’onda lunga di “When Death Is Almost Live”, DVD da tempo atteso e autentica fucina di emozioni per occhi e orecchie, un prodotto che i fan non hanno ancora smesso di gustarsi sino in fondo. Magari c’entra pure il titolo! Una cosa è certa: l’accoglienza riservata al nuovo platter di Stanne e co. Ad oggi è di quelle tiepide, senza sussulti, che non scaldano più come un tempo il popolo metallico, almeno in apparenza.
Bisogna riconoscere che con “We Are The Void” la band è riuscita ad apportare qualche timido elemento di novità; un po’ a sorpresa infatti i Dark Tranquillity ci spalancano le porte del loro lato più oscuro e impenetrabile fatto di atmosfere gelide, ritmi rallentati e suggestioni gotiche. Come anticipato dallo stesso Sundin in sede di intervista il disco è pervaso da un mood profondamente oscuro e sarebbe curioso sbizzarrirci nel definire le sfumature del disco, gothic, piuttosto che dark o persino black in certi frangenti.
Affermazioni come quella di Niklas hanno tuttavia un effetto perverso: esse lasciano l’ascoltatore privo di punti di riferimento. Passati i canonici quattro-cinque ascolti si fa fatica a ricordare un brano, un fraseggio, uno spunto vincente da poter mettere a fianco di pezzi come “The Lesser Faith”, “Treason Wall” o “Lost To Apathy”. Con il passare degli ascolti la situazione non migliora. Resta solo quell’enorme senso di incertezza trasmesso dai soliti tappeti di tastiere che con le loro melodie oblique disegnano atmosfere malsane e atipiche per il combo svedese. E i pezzi? Dove sono? L’uno-due iniziale è il consueto biglietto da visita sintetico e fedele come da copione. La successiva “The Fatalist” è probabilmente il punto di incontro fra presente e passato (nonché l’highlight del disco per chi scrive) mentre pezzi quali “In My Defence” e “The Grand Accusation” possiedono un inedito tocco di drammaticità che però si trascina stancamente per tutta la loro durata. “Archangelsk” sembra presa in prestito dagli ultimi Moonspell e non è detto che ciò sia un male, ma ogni paragone anche solo con i pezzi del disco precedente è assolutamente improponibile. “Fiction” stravince e si porta via tutto, songwriting, atmosfere, intensità, qualità dei pezzi e tutto il resto, copertina inclusa. Non bastano il colpo di coda della title track o il sussulto di “Surface The Infinite” a risollevare un disco impantanato fra mille punti interrogativi e che si perde definitivamente nella caotica marcia di “Iridium”, ennesimo tentativo di esplorare atmosfere plumbee e opprimenti.
Il problema come già detto, è di contenuti. Giocare su ritmiche meno sostenute può anche risultare un’ottimo modo per mischiare le carte ma sembra quasi che la band con questo disco abbia voluto prendere tempo per far fronte ad una carenza di idee che si fa oltremodo preoccupante. Il valore storico della band non si discute: essa ha contribuito ad espandere i confini di un genere, a fissarne i canoni. In buona sostanza, ha portato il death melodico fin dove era possibile arrivare. Adesso, dopo nove dischi e un assestamento che dura da quasi un decennio, la band si trova a fare i conti con sé stessa. La domanda che abbiamo posto a Niklas circa la necessità di una pausa di riflessione non era affatto casuale. Forse è davvero ora che i Dark Tranquillity, dopo aver scritto pagine indelebili del metal estremo, stacchino momentaneamente la spina per riordinare le idee e reinventarsi in qualche modo, nella speranza che possa riaffacciarsi sulla scena avendo ben altro da dire che “noi siamo il vuoto”. La band è ancora molto giovane (i membri del gruppo arrivano a malapena a trentacinque anni) e di strada da percorrere, per geni assoluti come questi, ce n’è ancora tanta.

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