Tornano dopo 5 anni di silenzio i Dark Lunacy, band capitanata da Mike Lunacy, punta di diamante per anni della scena heavy italiana. E lo fa, una volta tanto, con intenzioni decise e concrete e non puramente economiche: tornare a suonare musica di altissimo livello, senza compromessi.
Un album impegnativo sotto tutti i punti di vista questo Weaver Of Forgotten, concept incentrato e ispirato alla memoria dei defunti.
Band stravolta rispetto alla storica formazione, con conseguente inserimento di nuovi membri in line-up. E che membri verrebbe da dire: è stato infatti creato un super team, pescando Daniele Galassi dai valorosi Infernal Poetry, Andy Marchini dai Sadist e Alessandro Vagnoni dai già citati Infernal Poetry. Il mix di questi componenti ha regalato un album dalla difficile collocazione tale e tanta è la varietà di stili racchiusi in questi 45 minuti di ottima musica dura.
Si passa da tratti doom ad altri black (e qui le influenze dei nuovi arrivati si sentono eccome), da orchestrazioni epiche a tocchi di nero e oscuro gotico, il tutto magistralmente bilanciato in modo da rendere l’ascolto, anche dopo ripetuti passaggi, sempre attraente e intrigante.
E allora, dopo l’intro strumentale, si parte con un urlo liberatorio quasi a voler dire – siamo tornati, e adesso sentite che roba!!! -, partendo con la stupenda “Archangel’sk”, con sound incalzante e ruvido, riffoni pesanti e decisi, ma sempre mitigati da un vento di keys che rende il tutto meglio assimilabile. E’ un preludio ai grandi picchi musicali che si raggiungeranno nel corso del disco, a partire dalla seguente “Curtains”, che sfodera intramezzi di chitarra acustica nella violenza del brano , miscelando attimi solenni e intensi ad una cadenza marziale e doom, che in diversi frangenti si tramuta in assolo di voce e batteria.
E che dire allora della partenza a violoncello e archi di “Masquerade”? Un inizio soft, che cresce, accompagnato da tutti gli altri strumenti, fino alla fine della song, che si apre sull’epilogo in una rasoiata sonora veloce da headbanging d’obbligo, tra doppiacassa e chitarre in gran spolvero, impegnate in un continuo gioco di stop and go, accellerazioni e rallentamenti di pregevole fattura.
Purissimo heavy-metal in “Mood”, colpisce invece “Sybir”, brano dedicato alla desolata landa siberiana, che riesce con le sue sonorità glaciali Rammstein-style a rendere ottimamente in musica l’atmosfera di un ambiente estremo e difficile come quello della parte di Russia più tristemente nota per i fatti di sangue che ne hanno portato alla ribalta il lugubre nome.
E per non farsi mancare nulla, anche un pizzico di Project Pitchfork nella finale “Forgotten”, in cui l’atmosfera arriva davvero a creare emozioni da pelle d’oca, in un mix di riff ripetitivi e inesauribili e drums a dettare legge.
Insomma un graditissimo ritorno, con un album che davvero farà le felicità (e non è una frase fatta) di tutti gli appassionati di musica pesante, dall’hard rock al black metal… ci erano mancati, e in attesa dei concerti del tour di supporto all’album (che inizierà a gennaio 2011), non possiamo che augurarci di non dover aspettare un altro lustro prima di avere di nuovo tra le mani un simile lavoro.

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