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A dispetto del nome, nessuno dei tre chitarristi in questione proviene dallo Stato Dorato; anzi, due di loro non sono neppure americani. L’unico ‘cowboy’ è Paul Richards, dallo Utah. Bert Lams è invece europeo, precisamente belga, e Hideyo Moriya non può che arrivare direttamente dal Sol Levante, dal classico Giappone e dalla ancor più classica Tokyo.
Il trio, formato ormai undici anni or sono, è già ampiamente rodato e attivo, anche sul versante live. Questo loro quarto disco segna il loro ingresso nel roster di InsideOut, etichetta scaltra, sempre attenta a far proprie le numerose uscite che sono frutto di collaborazione fra grandi virtuosi degli strumenti. Non fa eccezione il presente lavoro, che brilla anche (se non forse soprattutto), per due illustrissime presenze, che non dovrebbero avere necessità di essere presentate: si tratta, come avrete letto nelle note qui sopra, del – possiamo ben dire – leggendario bassista Tony Levin (King Crimson, Peter Gabriel, e numerosissime altre collaborazioni) e del forse meno noto, ma eccellente, batterista Pat Mastelotto (King Crimson e altri). Il loro apporto si rivela essere tutt’altro che marginale, in un contesto in cui, ovviamente, le chitarre la fanno da padrone. Chitarre in evidenza, certo, ma non con le modalità a cui forse il lettore di questa zine potrebbe essere più abituato: i brani non sono infatti (come spesso accade in dischi del genere) composti unicamente di un tappeto ritmico solido e senza troppi fronzoli, che lasci tutto lo spazio del caso ad assoli fulminanti e duelli all’ultima nota fra le primedonne della situazione. Le cose stanno, quindi, molto diversamente: le esperienze e le inclinazioni musicali dei tre chitarristi (classiche per Lams, rock e jazz per Richards e surf – avete letto bene – per Moriya) appaiono fuse in una mistura quasi mai troppo sopra le righe, fatta di fraseggi complessi e di unisoni intricati, sì, ma con uno sviluppo ben riconoscibile e organico. I suoni sono quasi ovunque acustici, ora distesi e ora anche molto intensi; non di rado Tony Levin si fa sentire come solo lui sa fare, grazie a linee di basso a un tempo aeree e ipnotiche, e Mastelotto tiene botta col suo approccio da percussionista quasi più che da batterista.
Dietro ogni angolo compare il gusto del crossover, dagli arpeggi classicheggianti agli stacchi e ai riff ‘à la seventies’, passando da intense cadenze blues e jazz… poi brevi echi di oriente… fino ad arrivare al divertissement più puro, con aperture country di sicuro coinvolgimento. Non siamo certamente di fronte ad un miracolo, né di assoluta bravura strumentistica né tantomeno di innovazione, ma il disco, pur con qualche momento debole (che potrebbero essere individuate nelle sezioni meno ‘strutturate’ e maggiormente lasciate all’improvvisazione), scorre discretamente e senza troppo impegno per chi ascolta.
Segnalo all’attenzione di chi legge la cover di uno degli highlight storici degli altrettanto storici Yes, Heart Of The Sunrise, in una versione più sobria ma a mio avviso riuscita. Eve, poi, con le sue armonie sospese e sognanti (e con quel fretless che in pochi come Levin sanno davvero far cantare), è una pausa gradita in mezzo a tanto volteggiare.
Il lavoro è alquanto fuori coordinate qui su H-M.it, l’avrete capito; ma penso che di quando in quando sia buona abitudine, anche per il più incallito amante di un qualunque genere, sgranchire le orecchie con note un po’ diverse dal consueto. Mi sento pertanto di invitare chi sia stato incuriosito dalla mia, sia pur sommaria, descrizione, a misurarsi con questo assai poco pretenzioso mélange, frutto unicamente del piacere di suonare insieme e di operare una sintesi fra concezioni musicali talora addirittura antitetiche, senza, peraltro, alcuna pretesa di stabilire nuovi punti di riferimento.

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