Prendete una base industrial, aggiungete una dose di death e spruzzate un po’ di gothic e di black, poi fate agitare il tutto da Devin Townsend. Vi sembra un miscuglio strano? Provate ad ascoltare questo “In Waste”, secondo parto (dopo un disco autofinanziato) della one man band “Carrier Flux”!!
Jeff Philips e’ infatti un artista davvero eclettico (ma questo penso lo abbiate gia’ intuito dalla ricetta che ho descritto all’inizio) ed oltre a concepire la miscela di cui sopra, ha anche suonato tutto quello che sentite sul disco (ovviamente ha anche cantato), producendo un lavoro assolutamente schizoide. Si’, direi che “schizoide” e’ il termine adatto per descrivere questo disco… come altro si possono definire infatti pezzi come l’opener “Rebirth”, che alterna schitarrate veloci e pesanti a momenti atmosferici, con tanto di drum machine, in cui il cantato e’ gothicheggiante, per poi passare a meta’ brano ad un’interpretazione simile a quella di Darren White su “Pentecost III”? E non basta, perche’ Jeff non si accontenta, e cosi’ ogni tanto si esprime anche in qualche parte in scream!! Il risultato e’ decisamente straniante… “Ghost in the machine” si apre invece in maniera “Townsendiana”, con un muro sonoro martellante che viene rinforzato dall’elettronica, che filtra anche la voce, e che poi non lascia un attimo di respiro fino alla fine del brano… gia’, perche’ solo quando subentra “Transition”, un breve stacchetto elettronicissimo che ricorda certe sperimentazioni degli …and Oceans di “AMGOD”, potrete avere un attimo di respiro!
Ma questo stacchettino non e’ che una breve intro, poi si passa a “Lustmord” (forse la miglior composizione del lotto), un pezzo spettrale che si apre con dei rumori molto atmosferici sui quale subentra una voce robotica distorta contornata da effetti sonori spaziali a dir poco stranianti che diventano sempre piu’ furiosi per poi far esplodere il solito muro sonoro ed infine ritornare all’atmosfera spettrale iniziale. Il pezzo e’ davvero mirabile, disturbante, ma anche estremamente affascinante… Inutile dire che dopo un brano del genere (con molte parti tutto sommato “rilassate”) non poteva che esserci un’altra esplosione sonica, e “Martyrs” e’ un altro pezzo martellante e assolutamente malato che lascia pochissimi momenti di respiro (e in uno di questi si sente anche parlare un bambino!).
Potrei continuare cosi’ dissertando anche degli altri pezzi, ma ho l’impressione che ormai abbiate capito cosa si nasconde tra i solchi di questo disco ed e’ inutile continuare a descrivere gli ingredienti di questa assurda miscela… Giusto per nominare qualche altra composizione cito “False Projection”, che ha dei passaggi che fanno pensare a qualcosa di “rituale”, e “Am i one am i”, che stranamente a volte puo’ sembrare quasi “dolce”, ma qualsiasi brano ha le sue caratteristiche che lo rendono curioso.

Difficile dare un voto a questo album, il 7 che vedete lassu’ non ha molto senso, ed e’ messo piu’ che altro come tentativo di mediazione. Se vi piacciono le stranezze potreste infatti rimanere invischiati non poco nel parto di questo pazzo che a me ricorda un po’ Devin Townsend, altrimenti e’ probabile che vi chiediate “ma che cavolo e’ questa roba ???”. Se pero’ avete un minimo di interesse per l’elettronica usata in maniera strana e vi piacciono i lavori di Devin un’ascoltata a questi 11 brani io vi consiglierei di darla, magari giusto per curiosita’ (in ogni caso non gettatevi a capofitto nell’acquisto di quest’album prima di averlo sentito).
Tra l’altro e’ anche difficile parlare di sperimentazioni quando ci si trova di fronte ad un lavoro di questo tipo, poiche’ esso e’ semplicemente il prodotto di una mente fantasiosa e forse anche un po’ schizzata, sa piu’ di istintivo che di razionale… Impossibile spiegarsi meglio di cosi’ quando si ha di fronte un tale “caos primordiale”, adesso sta a voi decidere se dare una possibilita’ o no ai Carrier Flux!

Sauro Bartolucci

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