Pubblicato nel 2014

Can of Soul è il progetto solista ideato da Tomas “Tomrocker” Toffolo, abbastanza conosciuto nell’ambiente hard rock e metal, sia per la fondazione nel ’94 della doom-thrash band Stygma (da non confondersi con I più recenti grindcore Stigma), sia per numerose collaborazioni con altri artisti sempre della scena hard rock e metal, sino ad arrivare nel 2010, facendosi conoscere un po’ meglio dalla critica e dal pubblico grazie all’EP Uprising, con la formazione della cover band Why Out. Oggi, dopo essersi esibito in numerosi live, mostrando le sue notevoli doti canore, porta alla luce l’LP “Hearreality”, avvalendosi della presenza preziosa di musicisti parecchio preparati, sotto tutti i profili, configurando l’album come qualcosa di davvero eccezionale, molto al di sopra delle aspettative che si hanno per un debut album. Non si parla, o meglio, non si ascolta, solo metal: quì si spazia dal rock, passando per hard rock e heavy metal, alt e nu-metal, lisergic hard rock, punk, sino a toccare le oscure viscere di doom, goth, ambient e accenni black, il tutto condito da una ottima fase mixaggio. Il suono è pulito e non vi sono contrasti e alterazioni tra parte vocale e strumentale: un LP che davvero si lascia ascoltare come qualcosa di grande, come un album fatto da “ grandi”, da esperti con alle spalle studio e applicazione. Insomma, troviamo un’ esplosione sonora che poco, veramente poco, si accosta al banalissimo tema dell’album. Se da un lato troviamo un concept povero, quasi infantile, con una trama da z movie, dall’altro lato troviamo – ribadendolo – un album molto al di sopra delle aspettative, sia per quanto riguarda tecnica ed abilità nel saper modellare i diversi generi proposti con la massima fluidità, sia dal punto di vista testuale e linguistico, a cui va veramente un grande plauso.

“Hearreality” si apre con la potente carica adrenalinica e infernale di “We Hate the Sun”, dal refrain orecchiabile, caratterizzato dalla presenza di cori e da certi echi zeppeliniani, percorre la sua strada accompagnato da una vocalità quasi demoniaca. Tutto ciò ci conduce a “This Order #5”, dove un synth, dal tessuto acido, si fa strada verso un depressivo ed oscuro goth vecchio stampo, che ricorda certe sonorità cult anni 80. Continuamo nel vortice goth, adentrandoci nella traccia “Mystic”: qui, il sax, dona un tocco di classe e leggerezza, impreziosita dalla presenza di pregievoli doti chitarristiche, nonché vocali; la corroborante energia Altrnative di “Solid Convinction”, dal ritmo accellerato, ci fa precipitare sulle note delicate e maestose di “My Queen”, ove la presenza del fiddle e del piano, creano un’ atmosfera nostalgica e decadente. Passiamo alla cover dal sapore più punk rock di “Bette Davis Eyes”, un punk rock che ricorda tanto lo stile dei Vibrators; ritmo spigoloso e ancora goth per “Demon Eater” dove la voce di Toffolo, pare una via di mezzo tra quella di Peter Murphy e quella di Bowie, per poi condurci in un ritornello festoso, caratterizzato da cori contrastanti e spettrali, rapito da un abbraccio doom, che ci riporta ad un clima più buio e decadente; lenti ritmi tribali, clima soffuso e voce duttile per questo incredibile Toffolo, che insieme ad una eccezionale prova strumentale per “Peaceful Snake”, sdoppia la sua anima vocale: da ammaliante, quasi strisciante come un serpente, intraprende un refrain più rock ed aggressivo, abbracciato a morbidi assoli chitarristici che accompagnano e riprendono il ritmo rilassante dell’inizio, per concludere con una potente scarica hard rock.

Particolare attenzione va a fine album, dove nulla si conclude in modo da non confermare la mescolanza di generi proposta sino ad adesso, anzi, in Beyond My Wayward Zen Garden, dall’atmosfera ambient e dal risvolto grintoso e maledetto, la classificazione del pezzo è pressochè indecifrabile: sicuramente curioso, a parere mio il più sperimentale, difficile, molto particolare e non subito assimilabile, che non vuol dire sia una -permettettemi- una stronzata. In “Outro” ritroviamo le percussioni di “Peaceful Snake”, che concludono questo album non con un addio, ma con un arrivederci, anzi, con un benvenuto, come se dovesse ripartire da un momento all’altro qualcosa di nuovo, chissà, forse un mondo nuovo? Onestamente, se non fosse stato evidenziato il fatto che l’album è un concept, non se ne sarebbe accorto nessuno. Colpiscono talmente di più sia il contenuto, sia l’estetica del suono, che ci si dimentica in fretta di un tema così sciapo. Concludendo: il cinque è meritato, con la promessa di impegnarsi, prossimamente, in una tematica un po’ più profonda.

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