Alfieri convinti e act seminali del movimento metalcore, i Caliban giungono al sesto full lenght della propria carriera con la giustificata staticità compositiva di chi ha un mercato da soddisfare ad ogni costo. E’ così che, d’accordo con ogni facile previsione, i dodici brani del nuovo ‘The Awakening’ non vogliono, nè provano a discostarsi di una virgola dalle produzioni più recenti della band teutonica.

Il plastificato pacchetto, nella sua ineccepibile perfezione, è ancora una volta propinato senza alcuna variazione di sorta. Tre quarti d’ora musicalmente incentrati sul significato della parola metalcore nella sua accezione più pura e libera da altre interpretazioni. Strutture fisse e fedeli alla tradizione che esigono meccaniche alternanze tra frangenti aggressivi ad altri melodici in tema emo. Ancora una volta il tributo al thrash scandinavo è pagato attraverso idee trasferite in copia carbone da dischi di dieci anni fa. Tutto come al solito: scontato, già fatto ma, da tradizione Caliban, maledettamente incisivo e sapientemente ruffiano. Materiale sì riciclato, ma qui riconfezionato in maniera inattaccabile sotto i colpi di una produzione al solito spettacolare (merito di Benny Richter e di Adam Dutkiewicz, già Killswitch Engage) e di un atteggiamento che, studiato a tavolino, sa come far presa su chi lo ascolta durante la sua azione. Novità? Rintracciarle in un riffing leggermente più intricato ed un fattore sempre più malinconico in fase melodica significherebbe non cogliere la semplice enfatizzazione di un DNA ormai immutabile. Tutto previsto, tutto bello, tutto a breve effetto. Volutamente recidivi.

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