Sei sul treno, per iniziare una nuova avventura lavorativa. Sono le 6,50 e sei giá sulla via per Novara, quando ricevi un sms da un’amica, con quella notizia che ti suona così strana, e che ti travolge istantaneamente in un intensissimo viaggio nel tempo.

“You remind me of the babe
(What babe?)
The babe with the power
(What power?)
Power of voodoo
(Who do?)
You do
(Do what?)
Remind me of the babe”

Quel tavolino rosso, pieghevole, dove facevi i compiti. E le sue gambe ad incastro, troppe volte cedevano, facendo rovinare astuccio, quaderni e sussidiario a terra. Così a tua sorella era venuta l’idea di fissarle avvolgendole con le figurine doppie di Holly e Benji. Il tavolino rosso, pieghevole, dove poggiavi i gomiti guardando fuori dalla finestra, in uno di quei momenti in cui l’immaginazione di una bimba prende il controllo e riesce a piegare la dimensione spazio temporale al proprio volere. Il tavolino rosso, pieghevole, attorno al quale tu, la tua mamma e tua sorella facevate il girotondo danzando quando la radio trasmetteva Starman.

“What kind of magic spell to use
Slime and snails or puppy dog tails
Thunder or lightning, then baby said”

E quante volte consumavi la cena ad una velocità da guinness dei primati, perchè alle venti e trenta in tv c’erano Sarah e Jareth, Gogol e Bubo? Le baruffe familiari, perchè tuo padre voleva guardare quel faccia di gomma di John Wayne? Ma ad averla la meglio era la falange femminile, unita contro il comune nemico, e già in posizione d’attacco sul divano con copertina e cioccolata calda alla mano… .

“Dance magic, dance
(Dance magic, dance)
Dance magic, dance
(Dance magic, dance)
Put that baby spell on me”

Il tavolino rosso era in cantina già da un pezzo ormai, e tu avevi la tua scrivania in cameretta. Ma quando mamma e papà andavano all’Euromercato di Paderno Dugnano a fare la spesa grossa, bastava un’occhiata tra te e tua sorella per aspettare di essere sole e infilare, nel videoregistratore, la videocassetta proibita sulla quale avevate registrato I Ragazzi dello Zoo di Berlino.

“Jump magic, jump
(Jump magic, jump)
Jump magic, jump
(Jump magic, jump)
Put that magic jump on me
Slap that baby, make him free”

E quando le videocassette erano poi finite in una libreria, custodite con la massima cura, e mai più guardate sia per l’usura che per i ricordi associati a tua sorella, ecco che la professoressa di inglese, per spronarti ad imparare la lingua, ti suggeriva di prendere i testi delle tue canzoni preferite, cantarle lyrics alla mano, e solo dopo averle meccanizzate, avvicinarti alla traduzione degli stessi.

Dance magic, dance
(Dance magic, dance)
Dance magic, dance
(Dance magic, dance)

La sfera di cristallo di Jareth, quella che, se la fai girare in quel modo e ci guardi dentro, ti mostrerà i tuoi sogni, si è dissolta. Ed ancora una volta guardi in faccia la realtà, e vedi cicli che si chiudono, mentre nel tuo cuore dilaga un vuoto spaziale apparentemente incolmabile, dove detonano echi di fragorose risate, il buon profumo di una torta, il colore acceso di un mobiletto che grazie a quelle sette note combinate in quel modo su quel pentagramma, non dimenticherai mai.

Jump magic, jump
(Jump magic, jump)
Jump magic, jump
Put that magic jump on me
Slap that baby make him free.

 

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