Della serie: l’abito non fa il monaco. Cioè, è una delle cose più belle quando spulciando le foto del booklet o la copertina di un disco si pensa di essere di fronte all’ennesima band finto metalcore ed invece… Sorpresa! La band in questione suona un groove thrash anni 90 molto simile a quello fatto da Pantera e primi Machine Head. E oltretutto lo fa anche molto bene. Il dischetto in questione si intitola “The World Is Falling In Tragedy”, prodotto composto da cinque ragazzi toscani che rispondono al nome di Bleed Someone Dry. La situazione è molto chiara in seno alla band, le pretese di inventarsi qualcosa di nuovo non ci sono, il piacere di appoggiarsi a delle sonorità oramai non più “alla moda” spunta potente fra i solchi delle tracks, ma il bello del quintetto è che dalla loro parte gioca il fatto che quello che suonano e compongono è convincente, e anche molto. Il problema di suonare un qualcosa di datato è quello di rischiare di risultare ripetitivi, troppo “vintage” e di conseguenza essere snobbati da tutti coloro che, molte volte sbagliando, vogliono che nei gruppi recenti ci sia una sorta di inventiva di fondo, magari proponendo un qualcosa di più nuovo. Parliamoci chiaro, i “Bleed…” avrebbero potuto benissimo, viste le grafiche come detto molto “attuali”, suonare come tutte quelle miriadi di bands che si trovano in giro che vanno tanto di moda. Invece no, la voglia di osare è stata tanta, la sincerità e l’integrità artistica dei nostri non sono state intaccate, e il rischio di ripetitività viene sopperito e schiacciato da una perfetta attitudine e un album convincente, compatto, potente e “straight to your face”.
Inutile stare ad analizzare punto per punto le varie tracce, il fantasma di Anselmo & company aleggia minaccioso su molti spezzoni, ma finchè i risultati sono questi ben venga, che continui pure a girovagare! Molto interessanti anche le liriche, incentrate su tutte le difficoltà che stanno segnando il nostro mondo, come dice già il titolo, questo disco vuole un po’ essere una sorta di denuncia verso le ingiustizie. Consigliatissimo a tutti coloro che sono legati alle band già nominate all’inizio di questa analisi, ma anche a chi vuole avere l’ennesima conferma che l’underground italiano è più che vivo e vegeto.
Insomma, posso solo applaudire l’ennesima band italiana che meriterà di sicuro di più di quello che raccoglierà. C’è da essere ben felici che ci siano ancora ensemble di tale caratura nel nostro paese, in barba a chi ci critica di non essere all’altezza della scena europea. Concedetegli una chance, credetemi, ne varrà davvero la pena!

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