Se il metal fosse tutto così, saremmo costretti a chiudere bottega. Non è possibile che, ultimamente, la maggior parte delle band suoni alla stessa maniera. E quindi vai con il thrash-core, il metalcore, il qualunquecosa-core e, nel caso dei Bleed From Within, il death-core. Per carità, se il disco fosse decente, non ci sarebbe alcun problema a premiare una band al debutto, ma in questo caso non ci siamo proprio. Il punto è sempre il solito: produzione perfetta, suoni fantastici, tecnica strumentale esagerata e brutalità come se piovesse. Tutto questo, però, deve fare i conti con il fattore N: la noia. “Humanity”, primo parto sulla lunga distanza degli inglesi Bleed From Within, è composto da 11 pezzi per 35 minuti di musica, ma già dopo i primi 10 si comincia a far strada lo sbadiglio assassino, quello che viene su quando siete a cena con la vostra prozia e lei vi racconta gli episodi della sua infanzia. E il sonno arriva quasi a sopraffare chi ha la voglia di ascoltare il disco e, anche se ci si mette d’impegno, la fine sembra sempre più lontana. Eppure stiamo parlando di soli 35 minuti, com’è possibile che accada una cosa simile? Beh, quando si fa dello stereotipo la regola, allora è facile. L’unica cosa che si salva è qualche spunto interessante, come l’inserimento di parti al limite del black metal in “Everlasting”, ma non è affatto sufficiente a risollevare le sorti di un disco destinato a restare sugli scaffali dei negozi a prender polvere.
E allora come mai non stroncarlo dandogli un bell’1 anziché un 2? Beh, è da dire, come già è stato accennato all’inizio di questa recensione, che il disco è formalmente perfetto grazie ad una registrazione chiara, cristallina e potente quanto basta per esaltare le ottime doti tecniche del quintetto albionico. Questo va premiato, in fondo, e l’aumento di voto è dovuto principalmente a tale fattore. Per il resto “Humanity” è il disco che i patiti delle mode vorrebbero trovare sotto l’albero, ma, siccome il metal non è mai stato di moda, mi sento di dire che i cinque ragazzi che compongono i Bleed From Within farebbero meglio ad inventarsi qualcosa di nuovo per il proprio futuro, anziché pensare a come vestirsi ed a come pettinarsi per poter apparire all’ultimo grido.
Detto ciò, fatevi i conti in tasca: se volete proprio spendere i vostri soldi per “Humanity”, fatelo pure, ma poi non ditemi che non vi avevo avvisato. E piuttosto, per restare all’interno dell’ambito death (poco core), tirate fuori il ventone per l’ultimo album dei Job For A Cowboy. Per quello ne vale la pena.

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