Nel 1983, solo tre anni dopo la separazione da Ozzy Osbourne, i Black Sabbath dovettero fare i conti con un altro importante avvicendamento ai microfoni. Ronnie James Dio infatti, sempre più in contrasto col chitarrista e leader del gruppo, decise di abbandonare la band, coinvolgendo nell’operazione anche il batterista Vinny Appice, arrivato durante il tour di “Heaven And Hell” proprio grazie ad una sua raccomandazione. Se la sostituzione di quest’ultimo si risolse semplicemente grazie al rientro in formazione dello storico Bill Ward, quella del piccolo ma immenso cantante si presentò naturalmente fin da subito ben più difficile da realizzare ma ancora una volta Iommi e soci pescarono il classico jolly dal mazzo e reclutarono Ian Gillan, storica ugola dei loro rivali musicali di sempre. La scelta ovviamente non accontentò affatto i fan, che iniziarono ad ironizzare tanto sul nome del gruppo, chiamandoli ora Black Purple ora Deep Sabbath, quanto sul tipo di proposta musicale che li avrebbe aspettati, sempre più convinti di ritrovare nel disco da parte della coppia Nicholls-Iommi i classici duelli/duetti Lord-Blackmore. I Black Sabbath realizzarono invece quello che probabilmente può considerarsi il loro disco più propriamente metal di sempre, un disco che si discosta decisamente dai toni più epici e stilisticamente ricercati e perfetti dell’epoca Dio per tuffarsi prepotentemente su sonorità più aspre, taglienti, semplici e dirette, un disco soprattutto che resta come unica testimonianza ufficiale (finora) di quello sposalizio davvero azzeccato che fu la musica “sinistra” dei Black Sabbath e la voce lacerante di Gillan.

Caratterizzato da una copertina che dire abominevole è poco ma che piacque subito sia a Iommi che a Butler (“It’s shit, but it’s fucking great!” furono le parole del bassista) e da un mixaggio altrettanto confusionario e impastato (“I saw the album cover and puked, then heard the mix and puked again” quelle di Gillan), il disco parte subito col piede sull’acceleratore proponendo un’incalzante “Trashed”, nella quale il nuovo cantante zittisce subito tutti i dubbiosi proponendosi in questo nuovo ruolo in maniera convincente e aggressiva (e provate a stare fermi e a non vestire i panni di un ipotetico Iommi nei due assoli che ci propina, se ci riuscite). “Stonehenge” ci sorprende ancora in pieno headbanging, abbiamo appena il tempo di rinsavire che parte la splendida “Disturbing The Priest”, brano che inizia con la maniacale risata di Gillan e prosegue con una delle atmosfere più nere, angoscianti e inquietanti mai partorite dal gruppo britannico. “The Dark”, altro breve strumentale, ci introduce nella più cadenzata ma altrettanto deviata e deviante “Zero The Hero”, dal riff talmente ipnotico e ossessivamente ripetitivo da non lasciare quasi respiro (e che dire ancora una volta dello splendido assolo di Iommi?). Tralasciando una sostenuta ma abbastanza canonica “Digital Bitch”, con un esaltato Gillan che vocalizza ancora una volta in maniera sguaiata, arriviamo alla titletrack, una intensa, e abbastanza rara per i Black Sabbath, power ballad dominata ancora una volta da un assolutamente devastante ex Purple e con un Tony Iommi ancora ispiratissimo. “Hot Line” e “Keep It Warm” hannno il compito infine di chiudere il disco e lo fanno senza infamia e senza lode, il meglio è già passato.

Alcuni sostengono che i Black Sabbath siano Ozzy Osbourne ed ignorano il resto, altri ritengono l’epoca Dio (’80-’82) inarrivabile e non proseguono, “Born Again”, ingiustamente snobbato per il suo suono ruvido e distorto da tutti questi signori, è invece un disco bellissimo che ancora oggi non ha perso un solo grammo della sua potenza e della sua grinta, un disco assolutamente da riscoprire.

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