L’impressione che personalmente ho avuto nell’intervistare Nick Catanese, chitarrista dei Black Label Society, è quella di una persona che vive in un sogno. Nelle righe che seguono leggerete il resoconto di una chiacchierata con l’artista americano in cui traspare la sua grandissima umiltà ed un’attitudine agli antipodi della rockstar. Parlando veramente di ogni aspetto attorno a cui ruota la sua vita artistica, Nick ha fornito risposte sincere e senza peli sulla lingua, svelando anche qualche curioso retroscena ignoto ai più. A voi le parole di Nick “Evil Twin” Catanese!

Ciao Nick, inizierei subito a parlare dell’ultimo cambio nella lineup dei Black Label Society…
Effettivamente tutti ci pongono questa domanda, sembra quasi che i nostri batteristi precedenti siano esplosi, tanto ha fatto notizia! (risate generali, nda)

Come mai Will Hunt ha lasciato la band?
Beh, sapeva che sarebbe stato impegnato con la pre-produzione del nuovo disco degli Evanescence e quindi a metà del tour europeo ha dovuto lasciarci. Non si è trattato di una cosa improvvisa, anche noi eravamo al corrente della situazione e lui ha fatto tutto il possibile per darci una mano aiutando anche Johnny (Kelly, il nuovo batterista, nda) ad imparare i pezzi. A questo proposito lasciami dire che proprio Johnny ha fatto un gran lavoro studiando i brani in 4 giorni di prove. In ogni caso Will dovrebbe tornare a maggio per riunirsi a noi, una volta fatto ciò che deve.

E come siete arrivati a scegliere Johnny?
È stato proprio Will a sceglierlo, si conoscevano già e sono buoni amici. Personalmente la prima volta che l’ho incontrato è stato a Londra e mi ha fatto subito un’ottima impressione. Sai, ha quel tipo di mentalità che reputo vincente e che condividiamo tutti, cioè che puoi essere anche il miglior professionista, ma se sei un idiota non entrerai mai a far parte del gruppo. Quello che voglio dire è che io sono con Zakk da 15 anni e JD (John DeServio, bassista della band, nda) da 14 e se vuoi vivere bene con noi non devi essere una primadonna con un ego esagerato, esattamente come in una specie di matrimonio. Per questo tour siamo 12 persone sul nostro bus e se non c’è rispetto per gli altri non puoi nemmeno pensare di imbarcarti in un’impresa del genere: 12 ore in media di viaggio ogni giorno non sono poche! Inoltre c’è da considerare l’aspetto della lontananza da casa: Zakk e John sono sposati ed io sono fidanzato, quindi l’essere distanti dai nostri affetti pesa parecchio. Non credere che siamo qui per le ragazze e per la droga, non è affatto così!

Order Of The Black, il vostro ultimo album, è uscito ad Agosto del 2010. Che tipo di riscontri avete ricevuto in merito?
Ottimi! Siamo riusciti ad arrivare in quarta posizione nella classifica di Billboard ed è il punto più alto che abbiamo mai toccato. Credo che questo sia dovuto al fatto che non abbiamo fatto uscire nulla per tre anni, siamo stati in relativo silenzio. Prima registravamo un album all’anno, se non addirittura due, e si era creato quel circolo vizioso tra noi e lo studio d’incisione. In quest’occasione abbiamo preso più tempo, ognuno di noi si è dedicato a cose nuove e l’arrivo di Will ha portato una ventata di novità nella band. Credo di poter dire a ragione che si tratti del miglior disco che abbiamo fatto finora.

Credo tutto sommato sia anche abbastanza diverso rispetto ai suoi predecessori…
Si, lo penso anch’io. Craig (Nunenmacher, ex-batterista dei BLS, nda) ha suonato nei Crowbar e quindi possiede un tocco più sludge, mentre Will è più orientato verso il rock e gli up-tempo in generale, cose che puoi benissimo sentire in canzoni come Parade Of The Dead o Godspeed Hell Bound. Ma questo è naturale: diversi batteristi, diverso sound. È inevitabile.

Hai sempre fatto parte dei Black Label Society, sin dal principio…
Eh si, sono 15 anni che sono qui, ed ho anche suonato nel tour di Book Of Shadows (lavoro solista di Zakk Wylde uscito nel 1995, nda). Eravamo solo io e Zakk senza nessun batterista o bassista: io ero con una chitarra a 12 corde e lui con una a 6, nient’altro. Ad un certo punto mi disse che aveva voglia di metter su una vera rock band e così un giorno mi chiamò e mi disse: “Che ne pensi del nome Black Label Society?” ed io gli risposi che era la cosa più cool di questo mondo! Il teschio che poi è diventato il simbolo del gruppo è poi venuto subito dopo quando Zakk attaccò questa toppa al suo giubbotto.
Guardando al passato è tutto incredibile, ogni sogno è diventato realtà: l’essere qui ed avere dei fan che sono diventati la mia famiglia (l’esatta espressione pronunciata da Nick è stata: “The others bands have fans, we have fams!”, nda). Se devo fare un paragone mi viene in mente la Kiss Army (storico fan club dei Kiss, nda): quando avevo 10 anni avevo la mia toppa della Kiss Army sul giubbotto e mi sentivo parte di qualcosa ed ora vedo la stessa cosa. La gente vuole identificarsi in qualcosa, non importa se sei immerso nella merda fino al collo, ma se ti metti addosso una toppa appartieni a qualcosa, ad una famiglia. Molte persone ci dicono che la nostra musica li ha aiutati nei momenti bui della loro vita ed è così, la musica è terapeutica, ti dà una mano a risollevarti ed è un linguaggio universale. Quando sei sul palco sei un tutt’uno con il pubblico e non importa se io non parlo un’acca di italiano, c’è uno scambio di emozioni fortissimo e non c’è nessuna droga che possa darti questa sensazione.
Quand’ero un ragazzino ed andavo ai concerti di gente come Kiss o Van Halen ricordo che le luci si spegnevano ed io non avevo idea di come si sentivano gli artisti dall’altro lato del telone che li divideva dal pubblico. La prima volta che abbiamo suonato in un’arena ho potuto provare questa sensazione con la gente che urla il tuo nome ed è un’emozione fortissima. Non importa se sei stanco, malato o semplicemente stufo, una volta che sali sul palco ed inizi a suonare sparisce tutto per poi tornare ancora peggio dopo che hai finito lo show, eheh! Ma per quell’ora e mezza ti dimentichi ogni cosa ed è stupendo.

Parliamo un po’ di te: so che hai un endorsement con la Paul Reed Smith Guitars, azienda che ha creato modelli per Ted Nugent, Carlos Santana, Al Di Meola e molti altri. Come mai hai scelto la PRS e perché non hai proseguito con il tuo endorsement precedente con Washburn?
Fu Dimebag Darrell a portarmi alla Washburn. Sai, io adoro le Gibson, ma si tratta di un marchio d’élite per gente come Slash, Zakk, Joe Perry e Jimmy Page, quindi per me non è pensabile arrivare fin lassù, anche se adoro la Les Paul. Così Dime parlò di me con i ragazzi della Washburn e mi procurò il contratto che mi fece avere la mia prima chitarra signature. Una volta terminato questo contratto incontrai per caso Paul Reed Smith al NAMM (expo californiana dedicata al mondo degli strumenti musicali, nda) ed iniziammo a parlare fino a quando lui mi invitò a Baltimora per cominciare un’eventuale collaborazione. Da lì è poi partito tutto ed è stato fantastico! Pensa che per il tour che stiamo facendo mi ha solo detto: “Prenditi 10 chitarre, scegli quelle che vuoi.”. Quel giorno ho pensato fosse Natale! (ride, nda)
Comunque quelle chitarre suonano benissimo e con il mio modello mi trovo a meraviglia anche a livello estetico. Paul ha una cura incredibile per gli strumenti e si assicura personalmente che tutti quanti suonino alla perfezione prima di spedirli, c’è la sua mano su ognuno di loro. Oltre a questo c’è da dire che è uno che conosce molto bene il suo mestiere ed è in grado, ad esempio, di capire subito se un determinato tipo di legno è adatto o meno ad essere usato per la costruzione di uno strumento e che tipo di strumento verrà fuori. Sai, ogni piccola modifica che apporti ad una chitarra cambierà il modo in cui questa suona: i tasti, le meccaniche, la posizione dei pickup e mille altre piccole sottigliezze. Prima di conoscerlo non ne avevo idea, il mio mestiere è quello di collegarmi all’amplificatore e suonare, niente di più! Per me è tutto incredibile: pensa che oggi un ragazzo ha vinto una mia chitarra tramite un concorso. Ti rendi conto? Qualcuno voleva una mia chitarra in Italia! È stupendo!
Io sono un chitarrista ed ho la fortuna immensa di suonare con Zakk Wylde, non riesco ancora a crederci, per me è roba da pazzi! Sono grato di tutto ciò ogni giorno della mia vita.

Un’altra esperienza che puoi vantare è quella di attore nel film Rock Star, dove interpretavi la parte del chitarrista dei Blood Pollution…
Esatto! Quello è stato uno dei momenti migliori che ho vissuto: Mark (Wahlberg, il protagonista, nda) è un mito, Jennifer (Aniston, nda) è un tesoro ed ho conosciuto anche Brad Pitt, visto che all’epoca lui e Jenny erano sposati. La cosa interessante è stata vedere come degli attori professionisti lavorassero per interpretare la parte dei musicisti e per entrare nell’ordine di idee di doversi esprimere attraverso quel ruolo. Guardare il film una volta finito è stato strano perché pensavo a quanto lavoro c’è voluto per realizzare ogni singola scena: in media circa 14 ore per riprenderci, un tempo assurdo! Tieni conto che ogni inquadratura che vedi è il risultato di una ripresa fatta daccapo, ripetuta più e più volte, tant’è che quando abbiamo girato la prima scena mi sono stupito non poco e la mia reazione è stata: “Ancora una volta?!”.
Comunque, quando fui contattato per il film si era parlato semplicemente di una mia partecipazione alla colonna sonora ed ero contentissimo, anche perché avrei suonato con Jason Bonham (figlio d’arte di John “Bonzo” Bonham dei Led Zeppelin, nda), Zakk Wylde, Jeff Pilson (Foreigner, ex-Dio, Dokken, nda) e Jeff Scott Soto (ex-Talisman, Malmsteen, Journey e mille altri, nda). Poi Steven Herek, il regista, venne da me e mi chiese se volevo avere una parte nel film e sulle prime ero riluttante e gli dissi di no, che sono un chitarrista, non un attore. A quel punto mi rispose: “Devi interpretare il chitarrista di una band, pensi di poterlo fare?”. Quindi da un impegno che doveva prendere giusto un paio di settimane, si passò ad uno che alla fine durò sei mesi. Mi concessero un appartamento ed una macchina, così ho vissuto per un po’ in California spassandomela con Mark Wahlberg alle feste di GQ (nota rivista di moda, nda), eheh!
Alla fine poi il film è uscito l’8 settembre del 2001, 3 giorni prima dell’attacco alle torri gemelle, così pochissimi andarono a vederlo, presi dal terrore generale che si era creato per quella situazione. Ma dico, non potevano evitare questo attacco, per una volta che sono apparso in un film di Hollywood? (risate generali, nda) Scherzi a parte, è stato fantastico vedere il mio faccione al cinema e ti racconto questo aneddoto: io e Zakk eravamo in viaggio sull’aereo per ritornare a casa dalla Germania e Rock Star è stato il film che hanno proiettato sul volo. Noi sedevamo in fondo all’aereo con le persone che guardavano lo schermo e noi, poi ci chiedevano se eravamo gli attori del film ed è stata un’esperienza fantastica poter dire di si! (ride, nda)

Devo confessarti però che c’è una cosa che non mi piace di quel film: il finale.
Neanche a me! Secondo il copione originale dovevo avere io l’ultima battuta del film, ma invece non è andata così. Quello che più mi fa arrabbiare è che moltissime scene siano state tagliate, soprattutto nel finale, che doveva essere incentrato su dove ognuno di noi dei Blood Pollution eravamo andati a finire e ci sarebbe dovuta essere la parte mia, di Blas (Elias, batterista degli Slaughter che nel film interpreta Donny Johnson, drummer dei Blood Pollution, nda) e di Brian (Vander Ark, il quale ha la parte di Ricki Bell, bassista dei Blood Pollution, nda). Praticamente i nostri personaggi erano andati a fare i musicisti su una nave chiamata “The Booty Shaker” (tradotto letteralmente “La scuoti-culo”, nda) ed io avrei dovuto dire l’ultima battuta, ma quando ho scoperto che questa scena era stata tagliata la mia reazione è stata poco misurata, eheh! Secondo me era la parte più divertente del film, ma alla fine non importa, posso sempre dire di essere apparso in un film. Se andassi indietro nel tempo a quando avevo 15 anni e dicessi a quel me stesso che un giorno avrei suonato con Zakk Wylde, fatto un film con Mark Wahlberg e Jennifer Aniston, che Paul Stanley avrebbe conosciuto il mio nome, credo che mi avrebbe tranquillamente mandato a quel paese, ed avrebbe avuto ragione a farlo!
Se penso che la mia prima Les Paul l’ho comprata dopo aver visto Zakk suonare Miracle Man di Ozzy, mi viene da credere di essere in un sogno, eppure è la mia vita. È come in Rock Star: sei in una piccola band e ricevi la chiamata di un tuo mito.

Che cosa mi dici, invece, degli Speed X?
Si è trattato di una collaborazione e niente più. Io e Mike Stone (Queensryche, nda) ci siamo incontrati al NAMM dove abbiamo suonato Grinder dei Judas Priest con JD, Brian Titchy (ex-Billy Idol, Derek Sherinian, Pride & Glory e moltissimi altri) e Tim Ripper Owens (ex-Judas Priest, Beyond Fear). Abbiamo così pensato di dar vita a questo progetto insieme a Mike Froedge e Joshua Sattler dei Doubledrive, registrando nell’home studio di Mike tutto quello che ci veniva in mente senza pressioni di alcun tipo. È stato puro divertimento, niente di più, senza nemmeno un’etichetta discografica alle spalle e credo sia venuto fuori un buon disco con delle canzoni che mi piace molto ascoltare. Sarà dura portare avanti questo progetto perché viviamo tutti in zone diverse ed abbiamo moltissimi impegni, ma una volta tornato a casa proveremo a fare qualche jam con dei ragazzi di Pittsburg che ho conosciuto e vedremo cosa salterà fuori.

Pochi giorni fa è uscita la notizia che i Black Label Society rilasceranno a breve un album acustico, com’è venuta fuori quest’idea?
Guarda, io l’ho scoperto due giorni fa su Twitter! (risate generali, nda) Ho letto qualcosa a proposito di The Song Remains Not The Same ed ho detto: “Figo! Altro materiale dei Led Zeppelin!”, poi ho visto sotto la scritta Black Label Society e mi sono sorpreso non poco. Effettivamente Zakk ha registrato moltissime canzoni che sono rimaste fuori da Order Of The Black ed il business deve avere sempre cose nuove da proporre, quindi ecco spiegato l’album acustico. In ogni caso mi fa piacere che questi pezzi vengano pubblicati, dal canto nostro abbiamo impegni fino al 2012, quindi sarà difficile vedere un disco nuovo dei Black Label Society fino ad allora.

L’ultima domanda è a proposito delle condizioni di salute di Zakk. Cos’hai pensato quando sei venuto a conoscenza del suo stato di salute? Adesso come sta?
Fortunatamente ora è tutto a posto, ma all’epoca mi ricordo che ero terrorizzato. Anche io ho avuto problemi con l’alcolismo e posso dire con orgoglio che sono sobrio da 3 anni, ma non serve che la gente ti dica che sei fatto, devi essere tu a dirlo. Una volta compresa la situazione, allora ci puoi lavorare sopra per guarire, ma prima non è possibile. Oggi so cosa vuol dire essere qui ed essere sano ed anche Zakk ne è consapevole, tenendo presente che è padre di tre figli ed ha una moglie, quindi deve restare in forma anche per loro. Le sue condizioni erano diventate critiche nel bel mezzo del Pedal To The Metal Tour e, dopo lunghe cure, si è ripreso alla grande. Ora è a posto e puoi sentirlo da come suona, dalla sua energia nello stare sul palco e sentendo Order Of The Black posso dire che quest’album è una sorta di rinascita per lui e per tutti noi.
Ci stiamo godendo al meglio questo momento, ad esempio l’altro giorno siamo andati insieme a JD sulla Tour Eiffel a Parigi: ti rendi conto? Sono pagato per suonare e girare il mondo! Allora la vita non fa poi così schifo…

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