Sevant of the Servants è il demo/”ep” autoprodotto dai Black Inside. Chi sono I Black Inside? Nascono come tribute band partenopea dei Black Sabbath, anche se a dire il vero li accosterei bene ai Death SS, senza spingerci oltre penisola. Troviamo nomi già conosciuti (vedi ad esempio Martino per i Jackal, Pandolfi per gli Ultima Pluvia) Hanno presentato tale lavoro come un demo e di demo a quanto risulta dall’estetica c’è ben poco. Il “packaging” è pressoché simile a quello dell’”etichetta che promuove e sponsorizza l’ep”, e i Black Inside da questo lato hanno curato molto l’aspetto estetico, autopromuovendosi forse anche meglio di quello che potevano fare terze parti. La copertina richiama colori infernali con una grafica molto semplice ma efficace. Entriamo nell’album e vediamo cosa ci troviamo.
A parere mio questo è un buon lavoro. Quello che stona è una sorta di troppa semplicità nell’interpretazione vocale, senza contare la pronuncia, che direi bisognerebbe migliorare un bel po’ …
Per il resto l’album è ben strutturato, magari avrei accorciato un po’ le canzoni ; tuttavia ci troviamo in un contesto heavy/doom quindi non è quello il problema, il problema è sapere cosa mettere dentro a 6 minuti di track e proporzionare lunghezza con cambi ritmici, sbalzando un po’ la “linea sismica” dell’album.. Possono essere anche 100 minuti di length, l’importante è saper creare coinvolgimento. Quello che premio è che le canzoni fra loro non si somigliano troppo, grazie ad una ritmica professionale, alla chitarra di Russo che trovo molto seducente ed ai cambi di tono. (nonostante le steccate a volte volute e a volte no, a mio parere …) Si trovano parti più rocciose e movimentante, alternate da parti più depressive e /o melodiche. Molto belli gli assoli: a volte sembrano caderci in mezzo per caso a salvare a volte situazioni sonore che potrebbero appesantire il tutto. Collocati molto bene i cori. La ballad è davvero azzeccata perché stacca un po’ da atmosfere abbastanza simili tra loro e da un tocco più malinconico, ma di classe, facendo paradossalmente brillare questo disco dai toni impolverati. Dico impolverato, perché non vi trovo nulla di oscuro; possiamo definirlo come un disco che sta in penombra e lascia intravedere, nonostante la polvere, quello che c’è sotto, grazie ad una dose molto più accentuata di heavy dinamico e più ‘allegro’. L’ultima track racchiude venature più “rock’n’rolleggianti” e quindi fa “resuscitare” da una certa sottile linea soporifera. Altra somiglianza (alla lontana) che trovo in questo gruppo è quella con i Trouble; sarebbe molto bello (e meglio) se seguissero quella linea. Saranno nati come tribute band ai Black sabbath, ma conviene , a mio parere, staccarsi un po’ dalla “casa madre sabbathiana”, potendo avere la possibilità e potenzialità reale di somigliare anche ad altri grandi del metal. Credo ne siano consapevoli di questo aspetto, per non cadere nell’errore di proporre un ascolto che a lungo andare potrebbe stancare, ma confido nelle loro capacità.

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