Peccato che la gestazione di questo album sia stata così lunga e il genere definito “Pirates Rock” o metal sia sbocciato prima della sua uscita grazie a gruppi quali Alestorm o i nostrani Los Pirates, perchè saremmo qui a parlarvi di una grossa novità targata “casa Italia”.
Nonostante tutto però è un bene che i nostri abbiano scelto con cura le mosse da fare prima di uscire con questo loro primo lavoro ufficiale sulla lunga distanza (alle spalle solo un demo di poche tracce riregistrate su questo album e edito 5 anni fa) perchè effettivamente questo lavoro va analizzato con molta attenzione.
Non è un album convenzionale, e forse non lo definirei neppure organico, perchè qui ogni traccia fa vita a sè, stravolgendo i generi, per cui un lavoro come questo diventa anche di difficile collocazione .
E allora per una volta evitiamo di andare a ruota libera e seguiamo un ordine logico:
arriva il cd. Lo si apre: copertina classicissima (e molto simile all’ultimo lavoro dei Los Pirates da me recensito pochi mesi orsono): non c’è dubbio, qui si parla di pirati! Si parte con una prima annotazione: anche in Italia siamo diventati bravi a curare l’immagine e il packaging, poichè questo è l’ennesimo esempio di italico cd con un artwork splendido, pur non essendo niente di innovativo, ma curato nei minimi dettagli, molto coerente, con le foto dei nostri in tenuta marinara e tanto di storia narrata a spiegazione dei testi delle canzoni.
Già, perchè questo è un concept album, la storia del valoroso Capitan Gill McGee che con la sua armata di bucanieri insegue e lotta con una flotta di pirati non morti a caccia di avventura e sangue.
Play.
Immaginate di essere in una bettola sul molo di una città tipo Tortuga: un menestrello armato di chitarra acustica vi introduce a una storia fantastica fatta di mare, eroi, palle di cannone, tesori e pulzelle… questo è in fondo “Pirates Of The Coast”, bellissimo brano introduttivo, in cui anche la voce sembra essere quella di un vecchio lupo di mare. Atmosferico, folk, evocativo.
Poi si cambia regime: batteria e basso, poi chitarra ci dicono che siamo salpati e il vento è in poppa. Dimenticate il folk, il relax, la salsedine di prima: qui si va sul punk rock, con inserti musicali e solo di chitarra appropriati e validi tecnicamente ad accentuare la velocità della song, con cori che dal vivo dovrebbero provocare più di uno spintone. Ripeto, niente a che vedere con la prima song se non fosse per il concept che le lega, però tanto sano pogo per un brano velocissimo ma ben congegnato.
Cambiamo ancora tipo di musica con l’epica Seaquest, in cui si crea un mix tra Blaze Bayley e i Mesmerize, che tanto sa di NWOBIHM (dove la I sta per Italian!). Brano più classic Metal, come si diceva in cui la voce del singer si mostra abbastanza volubile da creare più tonalità nello stesso brano, tanto da far sembrare che a cantare siano diversi personaggi. Qui i cori forse avrebbero potuto essere un po’ più curati, ma è la musica a farla da padrona, quella uscita dagli strumenti (tutti) dei nostri, con una particolare predilezione per la splendida prova del chitarista Alex G.B. Spades.
Ritmica e cadenzata la successiva “Burning Soul”, un po’ canonica a dire il vero, anche se la parte sonora sul finale innalza ancora una volta il livello.
“The Demon’s Lair” ci riporta al pogo!!!! Velocità, testo orecchiabile e delirio sotto il palco! Più Sum 41 che Runnig Wild, più Blink 182 che Danzing la song è indiavolata dall’inizio alla fine, quando un solo di basso anticipa quello immancabile di chitara prima di una esplosione di energia, ma di quelle che solo i pirati nelle loro feste a base di rhum riescono a dare.
Inizio alla Ligabue per la folk’s song ,”Drink Up Me Mateys” in cui una chitarra acustica accompagna il santo bevitore che inneggia all’alcol collettivo, invitando le giovani cameriere e pulzelle del locale a lasciarsi andare… più piratesco di questo!!! Benvenuti in taverna.
“Capitain Blood” è una song divisa in due: ballata strappalacrime in cui la figura del protagonista viene mitizzata all’inizio, song puramente Pirates Metal nella seconda parte, che ci anticipa l’ultima song “ufficiale” dell’album, in cui ritmi andalusi e folk gitano si fondono per salutarci dopo l’atracco al molo del nostro galeone, per un finale degno di quanto sentito prima,in uno slancio che ricorda le sonorità dei Gogol Bordello.
Punk Misfit-Style per il primo bonus del cd, un ottimo incrocio tra horror e punk, ennesimo concentrato di energia che sotto il palco dovrebbe mietere copioso le sue vittime tra i malati di pogo.
Così come la successiva “Rock’n Roll”, molto rock anni ’80, incisiva ma estremamente tradizionale, fino all’esplosione punk finale che non ti aspetti.
Conclusione? Non sono abituato e non mi piace descrivere gli album canzone per canzone, ma raramente mi è capitato un disco in cui ogni brano o quasi facesse storia a sè anche per stile… Ma sono contento di averlo fatto e soprattutto di aver ritrovato in una band nostrana quella sfrontatezza di chi dice “suono quello che sento e che mi piace, e me ne frego delle etichette e dei generi”.
Un album strutturato, coeso, senza cali di tensione, forse rivedibile quà e là (qualche coro furoi posto,ecc..) ma che saprà accontentare la sete di buona musica di tanti .

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