Un Ferragosto diverso dal solito in quel di Rossiglione (GE): vedere un concerto di tre personaggi come i Bad Bones che, insieme a Trevor dei Sadist, infiammano gli animi dei presenti è una cosa che consiglio per il bene dello spirito. Non solo perché tutti e quattro i musicisti hanno grande talento, ma per la loro umanità e la simpatia disarmante, cose che consentono di prendere la vita come viene, senza troppi scazzi in testa. Nell’intervistare il power trio di Ceva (CN) sono intervenuti anche il cantante ed il chitarrista/tastierista dei Sadist, qui in veste rispettivamente di rappresentante del management e produttore del disco. Il tutto si è risolto in una chiacchierata e nel racconto di alcune delle tante avventure a cui i già citati Trevor e Tommy hanno contribuito in un clima di festa e convivialità. Lasciamo quindi la parola a Meku, Steve e Lele, rispettivamente chitarra/voce, basso/voce e batteria dei Bad Bones.

Innanzitutto inizierei a parlare un po’ del vostro ultimo disco, “A Family Affair”. Come, quando e dov’è nato?
Steve: Beh, le idee per il nuovo album sono nate subito dopo le registrazioni del nostro lavoro precedente, “Smalltown Brawlers”, nel senso che noi non ci fermiamo mai a scrivere, lo facciamo sempre. Nei vari pellegrinaggi che abbiamo fatto in giro abbiamo sempre trovato degli spunti, quindi ci sono dei pezzi che risalgono anche ad un paio d’anni fa e che poi sono stati testati dal vivo per arrivare a tenerne uno piuttosto che un altro. È stata una gestazione differente rispetto a “Smalltown Brawlers” perché in quel caso scrivemmo tutto praticamente di getto in un mese per poi entrare subito in studio, mentre per il nuovo disco abbiamo raccolto materiale durante questi ultimi due anni. Sai, nei testi non è che ci lasciamo andare a tanti voli pindarici, alla fine parliamo delle cose che ci succedono e l’album raccoglie tante fotografie di quello che abbiamo attraversato in questi anni. Questo è anche il motivo per cui abbiamo scelto un titolo come “A Family Affair”: questa band la viviamo un po’ come un affare di famiglia, dato che Lele è mio fratello e Meku è come se lo fosse, ed abbiamo condiviso moltissime cose. Era giusto intitolarlo così, anche perché la canzone “A Family Affair”, soprattutto per me, ha un significato molto forte in quanto è stata scritta in un momento in cui non me la stavo passando bene: nella comunità dove lavoro un ragazzo se n’è andato senza il nostro consenso per poi morire poco dopo. Combinazione quella sera noi tre avevamo organizzato una prova ed ho scritto questo pezzo perché mi son reso conto che ho una famiglia con Lele e Meku, qualcuno in cui credere e qualcuno che crede in me.
Noi non abbiamo in generale chissà quali progetti grandiosi, ci viviamo questa cosa della band come una cosa nostra, poi tutto quello che c’è in più ci rende felici.
Meku: “Street Dogs” è nata ad esempio in America, il primo mese che eravamo lì dopo aver deciso di mollare tutto per trasferirci da quelle parti e vedere che cosa saremmo riusciti a raccogliere. Comunque eravamo da poco lì in questa sorta di sala prove dal costo bassissimo e situata in un quartieraccio malfamato della periferia a sud del porto di Los Angeles. In questo postaccio vivevamo veramente alla cazzo e lì è stata scritta “Street Dogs” perché ci ha impressionato il fatto che il tizio che ci ha dato in affitto questa stanza ci ha messo in guardia non dalle gang o dalle sparatorie, che comunque erano all’ordine del giorno, ma dai gruppi di cani randagi che gironzolavano per la strada.
Steve: In realtà quel pezzo parla delle paure che avevamo in quel momento lì perché ti trovi a Los Angeles, in un quartiere malfamato nel quale c’è una gang che “detiene il potere” e le sparatorie le senti anche abbastanza spesso, senza oltretutto che siano così lontane. La cosa che fa ridere, però, è che la storia dei cani randagi è vera, nel senso che il tipo si è pio tirato su la maglietta e ci ha fatto vedere quella che sembrava la cicatrice di un morso di squalo mentre era quello di un cane. E capisci che ci ha stupito sentirci dire che, trovandoci in mezzo ai criminali, la cosa più pericolosa è un branco di cani randagi che gira per il quartiere.
Insomma, è stata un’esperienza veramente dura che però ci è servita per metterci alla prova e vedere fin dove eravamo in grado di arrivare. All’inizio si trattava proprio di sopravvivere…
Meku: Venivano a mancare le necessità più primordiali: lavarsi, mangiare e cose del genere.
Steve: La fortuna di quando vivi situazioni così estreme è che vengono fuori i valori che ci sono all’interno di una band o di un gruppo di amici. Ed era questo, forse inconsciamente, il nostro obiettivo: dopo quell’esperienza ben poche cose ci hanno fatto veramente paura. Ad esempio siamo stati in tour in giro per l’Europa con Adam Bomb ed anche lì ne abbiamo viste di cose! Adam è veramente incredibile e stargli dietro coi suoi ritmi è una cosa da fuori di testa. Dopo che hai vissuto situazioni così al limite non ti fa più paura niente, ti senti molto più sicuro delle tue vere potenzialità.
Poi quello negli Stati Uniti è stato comunque un viaggio a lieto fine perché ci siamo trovati anche a fare cose importanti come le date al Whiskey A Go Go o la Hollywood rock Convention. Insomma, siamo riusciti a fare ciò per cui eravamo andati là ed a farci valere in questo mondo assolutamente nuovo per noi.

Come ha influito laggiù il fatto di essere italiani? Vi ha ostacolato oppure no?
Steve: Da un lato possiamo dire che ci abbia salvato la vita perché, per la gang di messicani che abitava nel nostro quartiere, non eravamo “gringos”, ma gente ancora più stracciona di loro e questo ci ha permesso di sopravvivere tra un gruppo di ispanici. In quel contesto ci ha aiutato, ma in altre ci ha fatto anche sorridere visto che alcuni, quando dicevamo che venivamo dall’Italia ci rispondevano: “Davvero? Da dove? Brooklyn?”. Per loro era strano vedere gente proveniente dal nostro Paese, eravamo esotici e questo fattore sicuramente ha portato un po’ di simpatia attorno al gruppo. Addirittura la comunità che ci ha “adottato” ed in cui abbiamo un’ottima base, ci ha aiutato tantissimo ospitandoci e sostenendoci moltissimo.
Meku: Ci hanno anche chiesto un pezzo in italiano e l’unico che ci è venuto in mente è stato “El Diablo” dei Litfiba.
Lele: Meglio quello che un pezzo di Baglioni! (risate generali, nda)
Steve: Quindi no, non è stato assolutamente un ostacolo, anzi la nostra pronuncia non perfettamente americana risultava alle loro orecchie gradevole, nel senso che cantavano i cori delle canzoni con la nostra pronuncia sbagliata, cosa che ci ha comunque stupito un casino.
Lele: Nei nostri viaggi a Los Angeles tieni conto che abbiamo avuto modo di incontrare band provenienti da qualunque parte del pianeta: giapponesi, irlandesi, texani e in generale gente da ogni posto possibile. Laggiù prendono le cose in maniera molto più semplice che in altri luoghi, non importa da dove vieni e non vieni etichettato ancor prima di salire sul palco a causa del Paese da cui provieni.

Riguardo alla promozione del nuovo disco? Avete organizzato delle date? So che avete in programma a breve di tornare in America…
Steve: Si, il progetto è quello di tornare, ma prima dobbiamo ancora verificare alcuni dettagli organizzativi nostri, soprattutto lavorativi. Comunque l’idea di tornare c’è perché là c’è una base di persone che ci aspettano e quindi bisogna tornare. Abbiamo visto che il seme piantato due anni fa sta cominciando a crescere ed è un’opportunità che va colta. In più ci sono dei rapporti umani stupendi che non vorremmo mai perdere, persone che in quei momenti ci hanno salvato e di cui noi sentiamo profondamente la mancanza.
Lele: Ci sono tanti amici che ci fa piacere rivedere volentieri e quello penso sia il motivo principale per cui abbiamo voglia di tornare, poi non so cosa accadrà. A livello di date sicuramente riusciremo a metterne giù un po’, anche perché le difficoltà iniziali le abbiamo superate e riusciamo a gestire il tutto anche da qua in modo molto sereno e tranquillo.
Steve: Si, abbiamo laggiù un management che ci da una mano per organizzare il tutto, ma comunque i locali ci conoscono e sappiamo che un buco per noi lo troveranno sempre. E poi, come ti dicevo, ci fa piacere la possibilità di passare un po’ di tempo con persone che ci fanno sentire a casa nostra, oltre che in un luogo che sentiamo come casa nostra.
Lele: È una sensazione strana perché comunque abbiamo passato talmente tanto tempo da quelle parti che quello diventa poi un ambiente familiare perché facendoti un giro per il paese ti rendi conto di conoscere tutti.
Meku: Ti chiamano in italiano a parolacce, cose così insomma.
Steve: Infatti la parte umana per noi è importantissima, cosa che forse era il punto interrogativo più grande quando siamo partiti. Noi pensavamo fondamentalmente di andare lì e suonare, invece abbiamo conosciuto bella gente ed è stato stupendo.

Domanda per Tommy: come ti sei trovato coi Bad Bones e cos’è cambiato nel tuo modo di lavorare in occasione delle loro registrazioni?
Tommy Talamanca: Beh, ovviamente mi sono trovato benissimo, nel senso che l’approccio con loro è stato molto più istintivo rispetto ad una normale produzione metal quindi ad esempio il classico lavoro con il batterista col click in cuffia. I Bones hanno un carattere blues ed abbiamo lavorato in quell’ottica lì: la band che suona, meno sovraincisioni possibili e mantenere il suono live per dare l’idea di come la band suona dal vivo. Sicuramente questo tipo di lavoro è più divertente, mentre oggi in studio, soprattutto dal punto di vista delle produzioni heavy metal, è diventato un po’ freddo, quindi con tanto editing. Le aspettative, di conseguenza, sono quelle di avere questi dischi iper-processati ed iper-ritoccati e questo è lo standard attuale anche nelle produzioni di basso livello. Lavorare alla vecchia maniera ed avere la band che suona in studio e basta, senza tanti fronzoli è più bello.

Tornando invece un attimo indietro nel tempo, com’è nato il nome della band ed anche l’idea dei cognomi à-la Ramones?
Steve: Questa è una bella storia. Innanzitutto il discorso del nome è venuto fuori così: noi come band siamo nati un po’ a caso, nel senso che tutti e tre avevamo in mente già da tempo di fare qualcosa insieme. Poi è venuto fuori che una band di nostri amici aveva una data, ma non avevano molto materiale, così ci hanno chiesto di partecipare magari con qualche cover. Il problema era che non avevamo un cantante e così venne fuori l’idea di far cantare Meku…
Meku: Si, tanto decidono gli altri per me, ma va bene così… (risate generali, nda)
Steve: Dai, diciamo le cose come stanno: l’ho chiamato e gli ho chiesto se gli andava di cantare e lui mi ha detto di si. Così alla fine è nata la band, posto che prima di fare quel concerto abbiamo fatto una prova in cui in teoria dovevamo provare cover, ma alla fine ci siamo messi a jammare e sono uscite 5 canzoni che poi sono entrate a far parte di “Smalltown Brawlers”, tutto nell’arco di un sabato pomeriggio. Così siamo andati al locale e, una volta arrivati, ci siamo resi conto che non avevamo un nome e ci siamo presentati come Sin City, ma era un nome buttato lì per caso. Qualche giorno dopo ci siamo trovati e ci siamo detti che dovevamo trovarne uno. Nel frattempo avevo scritto il testo di un pezzo, “Castaway”, e nel leggerlo Lele mi ha detto: “Certo Steve che per scrivere cose del genere ne devi avere di ossa cattive nell’armadio!” ed allora ci siamo fermati e ci siamo detti che ci saremmo chiamati Bad Bones.
Il discorso dei cognomi è stato invece una volontà, nel bene s’intende, di tagliare col passato e di evitare che la band fosse identificata solo perché ci sono io che ero nei White Skull o Meku che era negli Anthenora. Poi Lele è veramente mio fratello e Meku alla fine è come se lo fosse. Probabilmente se fosse stato nostro cugino ci saremmo chiamati “The Baloccos”, chi lo sa?
Lele: O anche “Bad Baloccos”. (risate generali, nda)
Steve: Poi c’è da dire che c’erano delle cose che ci tornavano tipo la macchina di Meku la cui targa iniziava con BB111, quindi alla fine ci siamo presi bene per questo nome. Alla fine quindi siamo rimasti sulle B, ma d’altronde siamo un gruppo di serie B e lo rimarremo sempre…

Quanto invece delle vostre passate esperienze si riflette nei Bad Bones? Ovviamente non si parla di sound, ma di bagaglio musicale.
Steve: Uno che mi ha aiutato moltissimo a capire certe cose è stato Nicko McBrain, il batterista degli Iron Maiden. Quando ho suonato con lui mi spiegava come loro registrano e mi ha rotto molti schemi che avevo in quel periodo perché con White Skull ed Anthenora si lavorava nella maniera che diceva prima Tommy: produzioni molto editate con massicci interventi digitali. Nicko invece mi spiegava che loro registrano ancora adesso in presa diretta, anche se comunque con il loro produttore, Kevin Shirley, fanno sessioni molto lunghe. A me questa cosa ha sconvolto e tieni presente che lui è uno a cui piace tantissimo jammare durante i soundcheck e questa cosa a me ha dato una spinta fortissima, mi divertivo un casino. Quando poi si è trattato di iniziare questa avventura, le cose che mi aveva detto mi sono tornate utili, così come le esperienze con gli Anthenora e gli White Skull, in cui impari tante cose soprattutto a livello della gestione di una band. Lavorare con uno come Tony “Mad” Fontò (chitarrista e fondatore degli White Skull, nda) ti dà tanto e personalmente mi ha insegnato moltissimo. Una vena metallara proveniente dai gruppi in cui abbiamo suonato c’è, non c’è solo quella, ma è comunque presente.
Lele: Infatti nessuno di noi rinnega il passato in questo senso.
Meku: Si, alla fine impari a suonare così, saltando da una band all’altra e certe cose per forza ti rimangono. Nel sound dei Bones ci sono mille sfaccettature differenti, non è un gruppo che assomiglia ai Motorhead o agli Ac/dc, c’è un po’ di tutto. Se in un brano o in un riff c’è una venatura grunge, non ci facciamo problemi.
Steve: La base fondamentale è il divertimento. Finché ci divertiremo a scrivere i pezzi insieme, andremo avanti così. Personalmente mi ricordo il giorno in cui ho lasciato i White Skull, la gente mi chiedeva: “Steve, ma hai proprio voglia di tornare di nuovo a suonare nelle birrerie? Coi White Skull sei ad un buon livello, perché hai deciso di mollare?”. La mia risposta è che ho deciso di dedicarmi ad una cosa che sento veramente mia e che comunque sono rimasto in ottimi rapporti con i ragazzi della band, sono il primo fan delle loro produzioni, ma sentivo che avevo bisogno di dire di più la mia con un linguaggio che fosse un po’ diverso da quello dei White Skull. Insomma, tornare a suonare un po’ come quando eravamo ragazzini, senza troppa aspettativa e facendo quel che ci gira per la testa. Il viaggio in America va sicuramente visto in quell’ottica ed il bello dei Bad Bones è proprio che è una band che può fare qualsiasi cosa: se noi decidiamo che domani andiamo in Cina, noi domani andiamo in Cina; se domani decidiamo di fare un pezzo raggae, lo faremo. Ciò che è importante è che il tornare ragazzo, recuperare lo spirito adolescenziale era una cosa per me possibile solo con Lele e Meku perché c’è un rapporto umano che ci lega che va oltre l’amicizia.
Lele: Poi trovo che sia anche positivo il fatto che ognuno di noi, in fase di composizione, può dire e fare quello che vuole, non ci poniamo barriere o freni. Ognuno fa quello che gli piace e, di conseguenza, anche le canzoni che suoniamo ci piacciono parecchio, nessuna ha delle forzature del tipo: “In questo pezzo devi fare così perché a me piace così”. Questa cosa in altre band l’avevo riscontrata, cioè c’era uno solo che scriveva i pezzi e stilava un canovaccio molto stretto, mentre noi facciamo veramente quello che ci piace, discutendo pochissimo. L’unica discussione è se il pezzo ci piace oppure no, quindi se ne fa un altro, non c’è problema. Questo aspetto si rispecchia anche nella gestione della band, tant’è che come Bad Bones facciamo pochissime prove, andando in sala solo quando abbiamo voglia di suonare insieme e di vederci, altrimenti niente. In questa maniera c’è sempre quella gioia di stare in compagnia e ciò capita specialmente dopo un periodo in cui facciamo tanti concerti, cioè per un paio di settimane ognuno sta un po’ per i cazzi suoi e non ci si frequenta molto. Poi ci si telefona e si tira fuori l’idea di fare una prova, tirar su due cover o jammare insieme per il gusto di farlo, senza obblighi o restrizioni di sorta. Secondo me la forza dei Bad Bones è questa libertà, questo non professionismo assoluto.
Steve: Il professionismo c’è nel momento in cui si sale su un palco, perché la gente che ti viene a vedere si deve divertire e tu ce la devi mettere tutta. La libertà sta nel poter lavorare quando è il momento ed in questo so che Lele e Meku saranno sempre con me. In questo modo la band non è mai sotto stress ed è fondamentale.
Lele: Esatto. Non professionisti nel senso che non ci sono delle scadenze ferree. Se una sera non ho voglia di suonare perché voglio andare a cena da qualche parte…
Steve: …noi lo rispettiamo ed andiamo a far cena anche noi! (risate generali, nda) Anzi, molto facilmente ci becchiamo dopo al bar, senza scazzi. Questo è quello che ci ha permesso di sopravvivere in America: dopo una settimana che non mangi e ti ritrovi magari a dover suonare, diventi più nervoso, ma quella sana spensieratezza ti fa superare situazioni del genere e, alla fine, ci ridi anche sopra. Poi invece, quando è il momento, ci troviamo e decidiamo che c’è un disco nuovo da fare, discutiamo sul come farlo e con chi farlo. Di certo le scelte che facciamo seguono sempre un filo emotivo, come ad esempio quella di lavorare con Trevor, Tommy e Nadir: loro son dei grandi! Tommy è un professionista vero, così come Trevor e tutto lo staff dell’agenzia sono gente con esperienza. La scelta, però, è nata dal fatto che c’era già prima un rapporto di stima e di amicizia. Secondo me non è un caso che il disco sia venuto così bene, in un clima sereno e senza pressioni. Addirittura in studio ci siamo stupiti di come Tommy spingesse ancora più il piede sull’acceleratore di noi, nel senso che la nostra idea era quella di registrare in presa diretta, ma di tenere magari gli amplificatori separati, mentre Tommy ci ha messi in una sala tutti insieme ed è stato come registrare in sala prove. Io ancora adesso non capisco come lui riesca a far suonare tutto iper-pulito su disco, come abbia fatto a gestire tutto questo lo sa solo San Tommy da Genova! (risate generali, nda)
Il discorso vale anche per Trevor e la parte di promozione: sapevo come lavora, ma il fatto di trovarmi una pagina intera dedicata alla band su una rivista mi lascia ancora stupito adesso! Sicuramente noi continueremo su questa strada perché abbiamo capito che, anche nel business, la persona conta ed è al centro delle cose. Se un gruppo di lavoro è affiatato, stai tranquillo che le cose non potranno che andare bene, anche se non si tratta certo di vendere milioni di copie, ma l’obiettivo non è quello. Noi vogliamo lavorare bene, star bene con persone con cui condividiamo delle cose. Io penso sempre che un disco sia un viaggio e ti devi trovare a viaggiare con le persone giuste.

Ultima domanda: su molte recensioni ci sono stati pareri contrastanti sul disco, cioè o è piaciuto moltissimo o ha fatto cagare e le critiche maggiori sono quasi sempre state rivolte alla voce di Meku. Volevo sapere come tu hai preso questa cosa.
Meku: Mi hanno costretto a cantare! (risate generali, nda) No, a parte gli scherzi, penso che ognuno sia sempre libero di dire quello che vuole, l’importante è che se di critica si tratta, questa sia costruttiva. Ci sono poi delle recensioni che partono da un genere di musica che non c’entra assolutamente un cazzo con noi e quindi, chiaramente, anche la voce non è basata su quei canoni perché si tratta di generi differenti. Se poi ad uno non piace, quelli son gusti e non ci si può fare niente.
Steve: Alla fine le recensioni le prendi un po’ tutte, ma quello che conta veramente è che la gente capisca quello che stai facendo e lì sta a noi essere bravi. Quando fai una canzone è comunicazione: io posso anche comunicare che i Bad Bones sono un gruppo di merda e molto probabilmente a quella persona non piaceremo mai. La vera recensione è ogni volta che finiamo un concerto andare a vedere il banchetto quanti cd ha venduto, quella è la miglior recensione.
Io rispetto tantissimo i giornalisti perché sono importanti per orientare la gente nello scegliere cosa ascoltare, ma tra il coro moderno di internet e dei mille giornali a me piace molto sentire che i Bad Bones sono un gruppo fantastico, ma non mi dispiace nemmeno sentire che siamo un gruppo di merda. È la varietà ed è una ricchezza, l’importante è che dici tutto con cognizione di causa. Personalmente mi incazzo quando vedo una recensione negativa e vedo che chi l’ha scritta non ha ascoltato il disco. In quel caso mi dispiace, non mi sembra di essere andato a letto con tua sorella! (risate generali, nda). Se l’ho fatto non me ne sono reso conto! (ulteriori risate, nda)
Per carità, non dico che non sia giusto criticare la voce, c’è gente che odia Brian Johnson, piuttosto che Bruce Dickinson e quindi è giusto che odino anche Meku. L’importante è che se ne parli e che la gente venga ai concerti e si diverta. Se ad uno non piacciono i Bones, gli piaceranno i Sepultura o gli Ac/dc, noi siamo molto sereni in questo.
Lele: No, le critiche sulla voce non mi hanno affatto sconvolto, anche perché per me è palese che Meku negli anni sia migliorato un casino. Chi fa le critiche sulla sua voce doveva sentirlo cantare i primi due giorni che ha preso in mano il microfono ed allora poi non rompe più i coglioni.
Steve: Anche perché a noi la sua voce è piaciuta sin da subito e con l’esperienza ha raggiunto un livello strepitoso, secondo me. Non è facile prendere un ragazzo e dirgli: “Domani canti.”. Nel caso di Meku, lui ha fatto un lavoro pazzesco. Fior di cantanti ci hanno chiesto di cantare nei Bad Bones…
Trevor: Talmente fior di voce che stasera canto io! (risate generali, nda)

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