Gli Avatar sono l’ennesimo gruppo che ci propina l’insipidume sudicio e posticcio dello scarto del death metal melodico made in Gothenburg, vera e propria città-simbolo della svolta stilistica in oggetto e culla di band immense quali In Flames e Dark Tranquillity, per citare due nomi a caso. Ecco, questi cinque svedesotti decidono di cavalcare l’onda del successo dei mostri sacri appena citati, ma ammorbidendo di molto il proprio sound o, se preferite, arricchendolo di orecchiabilità e melodie semi-zuccherose quasi al limite con il metalcore. Già con il precedente “Schalcht” i Nostri si fecero notare dal grande pubblico grazie a quello che poteva tranquillamente essere considerato come un buon album, ma ora la volontà di aprire i propri orizzonti ad un pubblico più vasto ha provocato un generale appiattimento della loro proposta.
Ma andiamo con ordine: la particolarità vera e propria di questo disco è l’utilizzo della chitarra acustica in maniera quasi “gitana” (“Deeper Down”), cosa che, in parte, era già stata fatta dagli In Flames ai tempi di “The Jester Race” e “Whoracle”. Purtroppo, però, questo non risolleva le sorti di un album di per sé estremamente fiacco e scontato. Ma ciò che da quasi fastidio della musica di questo quintetto svedese è la voce del cantante Johannes Eckerstrom, un uomo il cui screaming è qualcosa di veramente fastidioso ed estremamente “catarroso”. Va un po’ meglio quando si cimenta con tonalità pulite, in particolare quelle che rendono alcuni momenti figli quasi dei 3 Inches Of Blood, ma per il resto non ci siamo proprio.
Nella totalità del disco, l’unico momento un po’ fuori dalle righe e grazie al quale gli Avatar si ricordano da dove sono venuti è la brutale follia omicida di “Pigfucker”, nella quale il drummer John Alfredsson inserisce anche un ottimo blastbeat. Per il resto “Avatar” è un lavoro da dimenticare, piatto e omologato come troppi dischi del genere da 10 anni a questa parte. Anche gli In Flames ed i Dark Tranquillity stessi hanno trovato una maniera personale di evolversi, forse è il caso che anche i loro allievi prendano strade differenti, perché la scuola serve per imparare le basi, ma è sulle proprie ossa che si devono creare le fondamenta per la propria esistenza, non su quelle degli altri.
E a questo punto mi chiedo: che senso ha spendere dei soldi per un disco che si possiede già in almeno 20 versioni diverse?

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