A differenza di molti altri loro colleghi gli At Vance non amano evidentemente stare con le mani nelle mani e puntuali come orologi svizzeri tornano nuovamente sul mercato sfornando il quinto album in soli cinque anni di attività (discografica).
Rispetto al precedente lavoro non fanno più parte del gruppo né il bassista Jochen Schnur (il cui posto è stato preso da Sascha Feldmann) né il tastierista Ulli Müller (le cui parti sono invece state rilevate dal chitarrista e leader Olaf Lenk) ma soprattutto il co-fondatore (insieme all’appena citato Lenk) Oliver Hartmann, sostituito dallo svedese Mats Leven (già ascoltato con band del calibro di Treat, Yngwie Malmsteen, Dogface, Southpaw e Krux, solo per nominarne alcune).
Se da un lato è vero che un cantante non può da solo fare la fortuna di un gruppo dall’altra è altrettanto evidente che quando questo è dotato di un timbro graffiante e incisivo, di una notevole espressività e di una versatilità fuori dal comune, come sicuramente nel caso di Hartmann, il buon lavoro in fase compositiva/esecutiva di una band non può che beneficiarne e, conseguentemente, sostituirlo degnamente può diventare davvero un serio problema. In questo caso l’operazione può però ritenersi perfettamente riuscita dal momento che bastano anche solo un paio di pezzi per rimuovere ogni possibile dubbio non tanto sulle capacità di Leven (la sfilza di gruppi in cui ha cantato dovrebbe parlare da sola) quanto piuttosto sull’abilità di amalgamarsi alla perfezione con le sonorità tipiche del gruppo tedesco.
Superata dunque a pieni voti l’incognita vocalist gli At Vance si apprestano a bissare i buoni consensi ricevuti un po’ ovunque con il precedente e riuscito lavoro, “Only Human”, sfoderando un’altra prestazione globalmente convincente e regalandoci un disco nella sua scontatezza davvero efficace e godibile. Sempre legati a filo doppio con le sonorità tipiche di Malmsteen, Rainbow e Stratovarius, come del resto moltissimi altri gruppi dediti allo stesso genere/filone, e senza la pretesa di stupire il mondo inventandosi qualcosa di innovativo, la band riesce infatti più volte a centrare il bersaglio con episodi davvero convincenti: “Fallen Angel”, tiratissima opener che sposa brillantemente grinta e melodia, la cadenzata title track, che coinvolge grazie ad un chorus che vi ritroverete a cantare già prima che il brano finisca, l’orecchiabile e immediata “Stronger Than You Think”, la sparata “Right Or Wrong”, in due parole la solita buona collezione di brani veloci e anthemici, di ottime melodie e di brillanti e funambolici assoli al servizio costante del brano stesso (eccezion fatta naturalmente per la decima e inutile, per me, traccia) a cui il gruppo tedesco ci ha già abituato, cosa chiedere di più ad un disco di questo tipo?

Insomma, gli At Vance non inventano niente di nuovo ma il loro lavoro lo fanno più che bene e “The Evil In You” è decisamente un buon disco, che incontrerà facilmente le simpatie degli amanti delle sonorità neoclassiche ma che potrebbe sorprendere piacevolmente anche i meno avvezzi alle stesse, provatelo e ne converrete anche voi.

Vincenzo Buccafusca

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