Pubblicato nel 2005
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Sono passati oramai sei anni da quando gli At Vance hanno pubblicato il loro primo disco intitolato “No Escape”. Da allora molte cose sono cambiate all’interno della band tedesca e oggi ad accompagnare l’unico membro superstite della formazione originale, il chitarrista Olaf Lenk, troviamo alla voce Mats Leven (ex Malmsteen, Dogface) al suo secondo album con il gruppo in oggetto, Franco Zuccaroli alla batteria e John A.B.C. Smith (ex Gallows Pole, Scanner) al basso.
Com’ è da previsione il marchio di fabbrica della band è sempre lo stesso: gli At Vance miscelano sapientemente sonorità neoclassiche, soprattutto nei soli e nei riff portanti di chitarra, con l’hard rock fino a raggiungere il più classico power metal di stampo tedesco. “Chained” è dunque l’ultima fatica della band teutonica e si rivela davvero molto interessante, nonostante i quattro musicisti non inventino nulla di nuovo. Ad impreziosire ancora di più questa nuova release è la voce di Leven, ottimo cantante diventato famoso per aver interpretato le liriche dei pezzi di “Facing the animal” di Malmsteen. La sua timbrica molto vicina all’hard rock tipico degli eigthies si sposa egregiamente con i brani composti da Lenk che in più di un’occasione acquistano maggiore spessore proprio grazie alla prova vocale del singer. Non tutte le canzoni sono sparate alla velocità della luce ma, troviamo pezzi “tranquilli” e molto interessanti come la splendida “Two hearts” seguita da un breve interludio neoclassico per sola chitarra chiamato “Invention #13”, e la delicata “Heaven” dal ritornello che ricorda gli Europe e il Malmsteen del già citato “Facing the animal”.
La title track è invece un pezzo piuttosto cadenzato dalle tinte oscure e malvagie mentre la voce di Levens crea ottime linee vocali che conferiscono un’impronta assolutamente aggressiva al ritornello. Non mancano i pezzi veloci in pieno stile At Vance e difatti l’opener “Rise from the fall” è un tiratissimo brano di power metal unito a sonorità neoclassiche seguito dalla rapida “Tell me” che vede Leven graffiare da matti con la voce per poi raggiungere incredibili acuti come solo pochi cantanti sanno fare senza usare il falsetto mentre “Now or never” è a mio avviso l’unico passo falso di questo disco seguito da “Live for the sacred” che stenta un po’ nel decollare. L’influenza classicista di Lenk torna a fare capolino con “Vivaldi Winter” brano che in più di un’occasione “metallizza” diversi estratti del compositore italiano per poi lasciare spazio alla conclusiva “Run for your life” che come il titolo fa intuire è un pezzo sparatissimo per terminare degnamente questo disco.

Insomma gli At Vance continuano imperterriti per la loro strada senza cambiare minimamente il proprio marchio di fabbrica e il proprio modo di suonare. La prova di tutti i musicisti è ottima, Leven su tutti, seguito da un Olaf Lenk assolutamente ispirato con la sua chitarra che in più di un’occasione fa il verso al suo ben più famoso collega svedese. Se siete rimasti colpiti dal precedente “The evil in you” allora potere prendere senza troppi problemi “Chained” che n’è la naturale evoluzione.

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