Pubblicato nel 2010
www.asmemorydies.com

A volte ci si chiede come iniziare la propria strada nel mondo della musica. Su questo cardine della carriera di una band ci si soferma per mesi, e il bivio è quasi sempre a 2 vie: rifarsi il più possibile a modelli predefiniti e cercare di accodarsi ai grandi gruppi storici per riceverne come novelli soli un po’ di luce, anche solo di riflesso, oppure buttare le propire idee in un lavoro personale che esprima al masimo la propria passione e il proprio ego.
I vicentini As Memory Dies appartengono a questo secondo gruppo, poichè escono sul mercato in un momento delicato con un lavoro personale e ragionato, che può reggere solo l’accostamento lirico a tratti con i Dark Tranquillity ma che per il resto viaggia su coordinate raramente percorse da altre compagini tricolori.
Un lavoro ambizioso, introspettivo e particolare, che si muove su song assolutamente piacevoli all’ascolto, dense di emozione e teatralità, in cui un cantato growl-scream si scioglie e si fonde alla perfezione con i muri sonori creati da chitarre, batterie e basso.
Il brano più scontato è forse proprio quello di apertura, platealmente Tranquillitiano, con il suo riff ripetuto allo spasimo, diretto e orecchiabile, fino alla sezione centrare ricca di stop-and-go e rallentamenti, caratteristica quest’ultima molto presente sull’album di debutto dei cinque ragazzi, che utilizzano spesso e volentieri questa tipologia di struttura per andare a rimarcare il pathos delle songs.
Per il resto invece i nostri si addentrano in universi oscuri ed ignoti ai più, andando a creare una sorte di mini concept di tre song, con The Tragical History Of Doctor Faustus – Act I – Act 2 e Act 3, basata sul discusso lavoro di Christopher Marlowe e recante proprio questo titolo, e ritenuto blasfemo in passato per la vicenda che vi era narrata, ovvero la ricerca e il fascino del sapere assoluto da parte di uno scienziato che si avvicina così alla magia nera, prima di vendere l’anima al Diavolo pur di realizzare il suo sogno.
Peccato solo l’autoproduzione, buona sul piano musicale e cantato, ma che purtroppo non riesce a creare spiragli di atmosfera (lasciati ai soli rallentamenti delle sei corde) che uniti a questa già valida consistenza sonora avrebbero potuto davvero creare un gioiello che per ora si può solo intuire.
In conclusione, un disco che piacerà a tanti, e che gioca sull’alternarsi di mid tempo e up tempo il proprio corso, creando il miglior supporto per la band per farsi conoscere ed apprezzare in sede live, dove questi pezzi, pur non ragiungendo i ritmi forsennati tipici del genere, dovrebbero riuscire a esaltare anche i più restii.

Un plauso, sincero.

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