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Ci sono gruppi delle volte del tutto, o quasi, sconosciuti ma che possono rivaleggiare con i gruppi più famosi, e delle volte riuscire anche a superare in bravura i loro maestri.
Devo dire in tutta onestà che questo è proprio il caso degli italianissimi Arthemis che sono riusciti nell’arduo intento di realizzare un vero e proprio capolavoro di power speed dalle moltissime sfaccettature in questo loro secondo lavoro in studio dal titolo “Golden Dawn”.
Il presente dischetto contiene dieci brani, di cui uno è la cover di “Might For Right” degli Heavy Load, registrati nei celeberrimi New Sin Studios, una garanzia di qualità, e lo stesso Stefanini suona le (rarissime) tastiere in alcune canzoni.
Il gruppo fonda le proprie basi sull’eccezionale songwriting del chitarrista Andrea Martongelli e sulla fenomenale ugola di Alessio Garavello (entrambi in pianta stabile anche nei britannici Power Quest), che a mio avviso è in assoluto il miglior cantante in circolazione in Italia e che sa farsi valere più che ottimamente anche all’estero.
Gli altri membri del gruppo non sfigurano certamente rispetto ai loro compagni di avventura: la sezione ritmica, composta da Paolo Perazzani e Matteo Galbier, è decisamente ben rodata e precisa nelle esecuzioni e l’altro chitarrista, Matteo Ballottari, è un accanito “rivale” del mastermind del gruppo in sede solistica.
Martongelli comunque rispetto a tutti gli altri ha qualcosa in più. E’ lui l’anima del gruppo, colui che “detta le regole”. E’ riuscito a stregarmi con la sua musica facendomi letteralmente divorare l’album a tal punto da conoscerlo praticamente a memoria nel giro di una settimana. Riff aggressivi sono la colonna portante della musica degli Arthemis e i soli sono veloci e precisi ma soprattutto suonati con sentimento e bravura autentica.
Partiture molto care agli Helloween (ovviamente i primi) ma anche a Stratovarius, Kamelot e in misura molto ridotta ai Judas Priest e agli Elegy (primo periodo) plasmano la musica di questo lavoro.
Cerco di spiegarmi meglio. Le canzoni prese singolarmente non danno l’idea di essere state concepite ispirandosi a un gruppo in particolare ma ognuna presenta dei preziosissimi riferimenti alle band madri, anche se inevitabilmente una componente prevale rispetto alle altre.
La stupenda “Fire Set Us Free” apre subito le danze inebriandoci di velocità e aggressività e la più semplice “Black Rain” continua il percorso dettato dalla precedente che in svariati punti ricorda il periodo d’oro delle zucche tedesche sopratutto nei duelli solistici dei due chitarristi e negli acuti del cantante.
Devo dire che tutto questo ben di Dio musicale avrebbe poco senso se non fosse adeguatamente valorizzato da un buon cantante. Ma gli Arthemis non sono un gruppo qualunque: hanno in formazione il talentuoso Garavello. Un cantante che non si può paragonare a un Kiske, a un Kotipelto o a un Hovinga, ma semplicemente li comprende tutti ma risultando sempre fortemente originale nelle interpretazioni.
In alcuni passaggi sembra proprio di sentire in particolare uno di loro. Ascoltarlo ad esempio nella helloweeniana “The Traveller” o nella mestosa e più stratovariusiana “Master Of The Souls” nei cui ritornelli non è poi così azzardato accostarlo a Kiske o a Kotipelto rispettivamente. Nei momenti in cui canta in modo più aggressivo e stridulo mi ha ricordato invece molto di più Hovinga.
Desidero inoltre soffermarmi un momento a elogiare i magnifici cori e ritornelli presenti in tutto l’album: assolutamente perfetti ed efficaci tanto da stamparsi in modo indelebile in testa. E garantisco che non ve li toglierete dalla testa. Mi ritrovo spessissimo per strada a canticchiarli senza neanche rendermene conto.
Formidabile è poi “Arthemis” che ricorda fortemente i Kamelot, in particolare nella parte iniziale e nei soli di chitarra che è seguita dalla veloce e vibrante “The Axe Is Coming”.
Mi sono venuti fortemente in mente gli Elegy dei primi tre album in “From Hell To Hell” che precede l’unica vera caduta di tono dell’intero album, ossia la lenta “Golden Dawn” che nonostante tutto è pur sempre un gran bel pezzo.
L’album viene chiuso quindi dalla frizzante bonus (per il mercato europeo) “Might For Right” che essendo una cover potrebbe far storcere il naso a coloro che adorano l’originale ma che a me è piaciuta molto restando in sintonia con lo stile dell’album. D’altronde non sopporto le cover fedeli all’originale.
In definitiva che dire di quest’album? Semplice: capolavoro!
Per me il “Keeper Of The Seven Keys” o l'”Episode” italiano. E non aggiungo altro.

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