Mi sono reso conto in questi giorni di come le mie medie-voto negli ultimi tempi siano decisamente alte… Questo mi ha portato a fermarmi e pensare a come il mondo della musica sia cambiato, e a come anche i parametri valutativi debbano cambiare di conseguenza.. oggi trovare un album, per di più supportato da una label, grande o piccola che sia, di scarso livello tecnico è molto raro… Così come la preparazione media dei musicisti è nettamente cresciuta negli anni (anche qui a volte la tecnologia ci mette ben più di uno zampino). Allora ci si trova davanti a album come questo e ci si ferma a pensare a come giudicarlo: operazione difficile.
Partiamo dalle radici: tre giovani musicisti, di Budapest, certamente molto preparati, estremamente motivati, danno alla luce il progenitore di quest’album (ovvero… questo album ma autoprodotto) nel 2006. Poi proseguono l’attività live fino a quando non si accorge di loro la Vic Records, che decide bene di metterli sotto contratto e far nuovamente tornare sul mercato il primo lavoro, ovviamente aggiustato a dovere.
Arriva dunque a noi in questo ricco 2009, ricco soprattutto per chi ama un genere, il thrash, a tratti un po’ appannato in passato.
Kreator, Destruction: da loro, soprattutto dalla loro esperienza anni ’80 pare prendere spunto (o forse ben più di spunto) questo lavoro, in cui però al contrario di quanto solitamente accade nelle relase convenzionali, la qualità viene fuori con il passare dei minuti e dei brani, andando a delineare come la parte meno incisiva del disco proprio l’apertura, le prime 2-3 song, che sono semplicemente puro thrash teutonico, con groove in abbondanza, caos musicale, chitarre distorte, batteria roboante, ma niente di nuovo sotto il sole… Ottima prova da cover band o poco più.
Poi i nostri si scaldano, si scatenano oserei dire, e l’album si trasforma… un po’ per volta diventa un grande album (e il 4/5 è l’esatta media tra un abbondantissimo 3/5 della prima parte ed un convinto 5/5 della seconda), con inserti musicali molto lunghi ma sempre piacevoli, ben strutturati e calibrati, cattivi, prepotenti, ma coerenti e ben suonati.
Allora ci si risvegia dal torpore e dalla noia, si controlla che album si ha tra le mani (ma allora non sono i Sodom a suonare!!!) e ci si accorge che sì, di band giovani e in gamba, sul serio ce ne sono ancora, e aspettano solo di arrivare sul mercato con la degna pubblicità.
La vera svolta si ha con “Cornu”, song dall’inizio in mid-tempo lento, quasi doom, e sospiri o rantoli che dir si voglia a condire il tutto. Poi ad un tratto una mitragliatrice, anzi due, tre, dieci: il drumming si fa imponente e velocissimo, mentre le chitarre ripercorrono lo stesso, morboso riff all’inverosimile quasi a volerlo piantare nel cervello a forza. E intanto il ritmo accellera, rallenta, accellera di nuovo. Il cantato è sempre grave, basso e moribondo. Fino alla fine, quando invece come una crisalide che diventa farfalla la song si apre in una chiusura (scusate il gioco di parole) velocissima, con chitarre pulite e altissime, per un finale splendido, classic al limite del power. E come finisce una song si apre l’altra: “Eternal War” concede una voce incazzata ma non più rantolante e demoniaca, e ancora assoli di chitarra su suolo di rapidissimo drumming in doppia cassa imperante. Ragazzi, abbiamo cambiato marcia! (o forse proprio auto!!!).
E allora i tre ti spiazzano ancora: la malinconica “Memories” con voce pulita simile ai Rammstein, chitarre tristi a rimarcare il tono dismesso e grigio del testo della song colpiscono al cuore. Una semi ballad oscura e malinconica.
Ripreso fiato? Il finale è un giro sulle montagne russe: su le mani! Un trittico di song vi aspetta prima della conclusione di questi 40 e passa minuti di bella, buona musica. La voce cambia ancora tonalità in “Thank You”, caratterizzata da un ritmo sostenuto ad inizio song, rallentamento centrale e ottima ripresa per un degno finale musicale ( assolo di guitars forse un po’ troppo lungo ma valido). “Tormentor” è una cover dei…Tormentor, che si apre con reali randellate musicali in grado di sferzare ogni animo all’ascolto, con un singer impegnato a inserire note black su suono thrash, per finire con la particolare “Woodland of Black Treasury”, semplice chiusura in tono con quanto proposto precedentemente dal disco.
E poi fu il silenzio. Peccato! Rimettiamo il lettore sulla song numero 5 schiacciamo di nuovo play. E voi thrasher continuate pure a godervi questo ottimo momento del vostro genere preferito.

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