Quando si parla di Jeff Waters e dei suoi Annihilator spesso si dimentica che l’ensamble canadese ha scritto pagine di indiscussa importanza all’interno della storiografia thrash. Dal fenomenale debutto “Alice In Hell” (targato 1989) sino ad oggi, la band ha composto oltre dieci album di un sano, tecnico e spassionato thrash vecchio stampo, andando ad affiancare in termini qualitativi compagini ben più blasonate di lei.

Il ritorno di Waters e compagni è affidato al nuovo “Metal”, disco dal titolo esemplificativo che raccoglie l’eredità dei precedenti “Schizo Deluxe” ed “All For You”, album nei quali gli Annihilator hanno “sperimentato” certamente qualcosa di nuovo. Impossibile, da questo punto di vista, tacciare la band di immobilismo compositivo anche perché con quest’ultimo lavoro Jeff Waters ha deciso di dare in pasto ai propri fan un album coraggioso e sicuramente più personale. Una produzione (curata dallo stesso Waters) moderna e molto potente apre la strada ad un lavoro dai risvolti davvero inaspettati, in cui compaiono una miriade di guest star pronte a lasciare il proprio contributo. Le aperture melodiche ed ultra moderne dell’inconsueta “Couple Suicide”, in cui si dividono il microfono Danko Jones ed Angela Gossow (Arch Enemy), potrebbero far venire dei dubbi sulla reale paternità del pezzo. Altri episodi, invece, mantengono tutto il flavour tipicamente thrash dei ’90, come nella granitica “Operation Annihilation” e nella dinamica “Army Of One”, in cui Steve “Lips” Kudlow degli Anvil partecipa con un solo di chitarra. Non mancano, poi, le digressioni più cattive e violente che stanno caratterizzando il nuovo corso musicale in casa Annihilator, e brani come “Kicked” ed “Haunted” lo dimostrano ampiamente con le rispettive presenze di Corey Beaulieu (Trivium) e Jesper Strömblad (In Flames). A seguire, poi, ospitate di gran lusso (Jeff Loomis, Alexi Laiho, Michael Amott) e tutta una serie di escamotage che permettono ai vari interpreti di trovare la propria collocazione all’interno dell’album.
Sul risultato finale di questo “Metal”, però, rimangono non pochi dubbi. Innanzi tutto la scelta di far intervenire così tanti ospiti ha fatto si che il disco si avvicinasse molto più ad una metal opera che al nuovo lavoro degli Annihilator. Il marchio di fabbrica di Waters e compagni è visibile solo sprazzi, e la voglia di sperimentare cose nuove evidentemente ha portato i canadesi a perdere di vista gran parte dei punti fermi che hanno fatto la loro fortuna in passato. Un disco controverso, insomma, spiazzante e dal piglio decisamente modernista, destinato a spaccare l’odience della band in due parti ben distinte.

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