Ricordo come se fosse ieri la prima volta che venni a contatto con gli Angra: era una giornata qualsiasi e passai per caso davanti al negozietto di dischi di fiducia, Discordia, aperto il giorno stesso della mia nascita ed a cui ero legato moltissimo. Entrai e fui subito colpito da un box rosso dal costo abbastanza elevato e di una band brasiliana che non avevo mai sentito nominare. Sulle prime mi sentii riluttante a spendere tutti quei soldi, ma poi decisi di concedere a scatola chiusa la fiducia a questo fantomatico “Holy Box”. Arrivato a casa ebbi paura di aver fatto la cazzata del secolo, quindi non lo ascoltai per almeno una settimana, lasciandolo però in bella vista sulla mensola per ricordarmi della gravosa incombenza. Quando poi sviscerai, sette giorni dopo, il contenuto della confezione, inserii per primo “Holy Land” e fu amore sin dalla prima canzone. Uno dopo l’altro il mio stereo suonava dei brani che non pensavo potessero essere veri talmente erano stupendi: “Nothing To Say”, “Carolina IV”, “Z.I.T.O.” e “Deep Blue” entrarono nel mio cuore e da allora non se ne andarono più, complice anche la stupenda voce del cantante.
Tutto questo prologo per dire che Andrè Matos è uno dei miei idoli di sempre e la possibilità recensire la sua ultima uscita discografica rappresenta al contempo un onore ed un onere notevoli. Innanzitutto è giusto fare un po’ di luce sugli ultimi anni vissuti dal cantante: dopo lo split con gli Angra, André forma gli Shaman (poi diventati Shaaman) con la sezione ritmica della sua ex band, composta da Luis Mariutti (basso) e Ricardo Confessori (batteria). Chiuso il capitolo Shaman e perso per strada il talentuoso drummer, il Nostro si getta in un’avventura solista che giunge ad oggi al suo secondo capitolo.
“Mentalize” esce solo nel 2010 in Europa a fronte di un anno di ritardo rispetto al Giappone ed al Brasile, ma questo ad André non pare un problema, come potete leggere nell’intervista relativa. Anzitutto è da dire che il singer ha avuto una carriera brillante, costellata di successo con la sua band madre e che ha creato intorno a lui delle notevoli aspettative che, ammettiamolo, più si va avanti con l’età, più è difficile soddisfare. Infatti, diciamolo subito, “Mentalize” si posiziona un paio di gradini più in basso di quello che ci si poteva aspettare da lui, essendo un disco di power metal abbastanza canonico e senza particolari spunti di interesse. Se i riferimenti alla musica brasiliana sono stati abbandonati quasi del tutto una volta uscito dagli Angra, stavolta dobbiamo fare i conti con una scrematura anche delle parti più progressive che rende di fatto molto più standardizzato il sound di questo lavoro. La produzione ad opera del solito Sasha Paeth regala suoni puliti ed asciutti e mette in risalto, com’era logico aspettarsi, la voce, ma anche qui le attese non vengono confermate visto che il buon André appare stanco e dei suoi proverbiali non v’è traccia alcuna.
Insomma, “Mentalize” è un disco canonico, forse ottimo per una band qualsiasi, ma non per una che porta un nome dal passato così ingombrante. Mi aspettavo di più, ma forse sono partito in modo sbagliato, visto che i confronti con le precedenti esperienze del cantante carioca non stanno affatto in piedi. Speriamo che si risollevi da questa crisi di idee, perché ormai sono pochi i nomi su cui si può contare per avere del buon power metal.

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