Andre Matos ci presenta il suo nuovo “The Turn Of The Lights” in questa lunga intervista a cuore aperto, svelandoci retroscena e aneddoti della sua lunga carriera. Buona lettura!

Ciao Andre, benvenuto su heavy-metal.it! come stai?
Ciao Fabio, va bene, grazie. Come state tutti voi? Saluti a tutti quelli che stanno per leggere l’intervista (in Italiano, ndPerf)!

Parliamo del nuovo “The Turn Of The Lights”. Mi ricorda di più lo stile di “Time To Be Free” piuttosto che di “Mentalize”, sei d’accordo?
Hm, non so esattamente se essere d’accordo con il tuo punto di vista, ma lo rispetto! È una buona cosa che tu abbia familiarità con tutti e tre gli album, sono contento!
Secondo il mio punto di vista credo che siamo riusciti a raggiungere un perfetto equilibrio tra i due precedenti album menzionati. “Time To Be Free”, essendo il mio primo album da solista, porta in sé alcuni elementi di quello che potremmo definire l’”Andre Matos” style, che è stato consacrato lungo oltre vent’anni nei miei precedenti lavori con le mie precedenti band. “Mentalize” è stato un passo avanti – per mostrare al pubblico e, specialmente a noi stessi, di non essere interessati a copiarci, aggiungendo un approccio musicale moderno e differente. Se si analizza la storia di molti artisti c’è una sorta di percorso che solitamente si compie: dimostrare la propria personalità, quindi la propria creatività e poi…cosa potrebbe essere fatto col terzo album? Questo è il punto cruciale. Mentre molti musicisti tendono a scegliere uno solo dei due aspetti, pochi altri riescono a trovare il giusto equilibrio. Per questo considero “The Turn Of The Lights” come una perfetta unione fra la proposta di “Time To Be Free” e “Mentalize”, con in più nuove idee e un approccio più maturo nel comporre musica.
Al giorno d’oggi le cose tendono ad essere ripetitive, un qualcosa di “già sentito prima” – il che ti porta a spendere più tempo per cercare qualcosa di originale per la tua musica. E questo potrebbe coinvolgere la produzione, gli arrangiamenti, la composizione, la performance, il concept, la grafica, ogni cosa. Si tratta di una completa opera d’arte, varia, in grado di portare un messaggio forte pur mostrando da dove sei venuto e dove intendi andare in futuro.

Di cosa parlano i testi delle canzoni?
Dello stato attuale del nostro mondo e la nostra vita nella società. Temi come le questioni politiche, i problemi ambientali, i problemi interpersonali, la religione, la guerra, il razzismo, le relazioni e la psicologia. Il mondo ha raggiunto un punto di non ritorno, vediamo cambiamenti estremamente rapidi che avvengono ogni secondo dappertutto. Ogni tanto ci sentiamo confusi ed impotenti nell’affrontarli. Tutto questo accade in tempo reale, niente può essere ancora ignorato. E la gente, intendo la gente normale, potrebbe decidere di prendere una posizione su tutto questo. Oppure no…
Il punto cruciale della questione è l’enorme differenza sociale ed economica che possiamo notare ovunque. A volte migliaia di miglia lontano da noi, a volte giusto alla porta accanto. Per non parlare del caos ambientale che sta aumentando vertiginosamente e la maggior parte di noi ancora lo tratta ancora come una favola.
Molto è stato detto a proposito della fine del mondo nel 2012, a causa del calendario Maya. Personalmente non credo in queste cose ma credo possa essere un buon momento per sedersi e riflettere su quello che sta accadendo e su ciò che si può fare. Sicuramente, quelli che hanno di più devono condividere con quelli che hanno meno. E l’educazione e le buone maniere sono la chiave per farlo. Quello che succede dall’altra parte del mondo non può essere considerato come una cosa che non ci riguarda. Abbiamo tutti delle responsabilità, specie noi artisti e comunicatori, che abbiamo un forte strumento per diffondere questi messaggi.
Quando si fa luce su qualcosa, si inizia ad avere una nuova consapevolezza di ciò che non si è stato in grado di vedere prima, e una situazione del tutto nuova viene svelata. Questo è il concept principale di “The Turn Of The Lights”. In questo caso, la luce identifica la saggezza.

Andre Matos

Come mai hai deciso di includere delle bonustrack per l’edizione europea?
C’è soltanto una bonus track inclusa nell’edizione europea, Fake Plastic Trees composta originalmente dai britannici Radiohead. Questa canzone è stata anche inclusa nella versione giapponese ma volevo essere sicuro di poterla avere in esclusiva anche per l’Europa. È una canzone davvero sensibile che racchiude al 100% il concept dell’album e sarebbe stato un peccato lasciarla fuori. Spero che ai nostri fans piaccia. Siamo rimasti assolutamente shockati (positivamente) quando l’abbiamo ascoltata, dopo averla registrata; onestamente non avrei mai pensato di raggiungere questi livelli emozionali come è successo con questo pezzo. È stato probabilmente il pezzo più difficile dell’album!

Ci sarà la possibilità di supportare l’album in Europa e in Italia?
Proprio ora ho finito di prendere accordi col Brasile (sto scrivendoti direttamente dalla giungla amazzonica dove ho suonato ieri sera) e avrò un break tra dicembre e gennaio. Nel frattempo verrà pianificato il tour. Vorrei aspettare i festival europei estivi con la mia band. Tuttavia l’Italia è un’altra storia. Abbiamo moltissimi fans da voi e non sarebbe onesto suonare solo in qualche festival. L’Italia è l’unico Paese in cui potremmo davvero fare un tour da nord a sud. Abbiamo delle buone amicizie tra i promoter italiani e siamo anche in amicizia con molte band che potrebbero suonare con noi.

Nel corso della tua carriera hai collaborato con moltissimi artisti, ci può parlare di queste esperienze? Qual è quella che ricordi con più piacere?
Credo Virgo, il progetto nato in Germania assieme Sascha Paeth. È stato qualcosa davvero speciale e ben fatto, un po’ sottovalutato perché non rientra esattamente nei canoni metal – e non doveva esserlo effettivamente. È un qualcosa a cui vorrei dare un seguito.
Ho collaborato con diversi tipi di artisti, dal blues alla world music, per non parlare dei progetti metal, che sono stati molti. Ma ogni volta che sono stato invitato a cantare di fronte a una vera e propria orchestra sinfonica, è stato qualcosa che ha scosso le mie fondamenta! Forse perché in qualche modo appartengono a questi due diversi mondi, ho sempre sentito di poter collegare le due cose in maniera naturale.
Alcuni anni fa ho preso parte a “Tommy”, l’opera rock degli Who, con la S.Paulo Youth Symphony Orchestra and Choir – interpretando il ruolo principale. È stato indimenticabile.
Recentemente mi hanno proposto una nuova sfida: “Journey To The Centre Of The Earth”, di Rick Wakeman. Mi sto preparando proprio ora e la presentazione ufficiale avverrà tra qualche settimana. È davvero eccitante!

Mi puoi parlare del tuo stile vocale? Com’è cambiato il tuo approccio al canto nel corso degli anni (se è cambiato)?
È cambiato anno dopo anno, disco dopo disco – ma non necessariamente in un’unica direzione. Ho ovviamente lavorato per mantenere gli elementi tipici della mia voce. Alcuni dischi o canzoni richiedono un’interpretazione più intensa. Altri un approccio più intimo e dolce.
Quello che posso dire è che ogni cosa deve essere al giusto posto. Metto la mia voce al servizio nella musica e non viceversa.
Naturalmente, si impara come mantenere la voce in forma e usarla correttamente, l’esperienza diventa determinante in questo caso. Quando la voce invecchia non significa necessariamente che si sta rovinando. È solo questione di aver cura del proprio strumento. I grandi cantanti d’opera hanno raggiunto il top solo dopo aver passato i 50.

Recentemente hai suonato assieme ai Viper per festeggiare i 25 anni di attività? Puoi raccontarci qualcosa di quei concerti? Come sono andati?
Esperienza fantastica, concerti sold-out ovunque (ne abbiamo fatti più di 30) e gran divertimento nel suonare ancora assieme ai miei vecchi amici proponendo i classici dei primi due album dopo oltre 20 anni! Un tour che ha fatto storia. Fortunatamente è stato registrato un DVD che uscirà nel 2013.
Non sappiamo se questo tour possa essere ripreso o meno. Per ora l’idea è quella di lasciare che sia un’esperienza unica per tutti quelli che vi hanno assistito e per noi stessi.
I Viper sono qualcosa di speciale: quando siamo assieme una sorta di magia fluisce delle nostre mani e dalle nostre voci. Non è facile da spiegare, ma è quello che accade. Forse il fatto che siamo cresciuti assieme con questo sogno fisso nelle nostre menti…è stato come rincontrarci da ragazzi quando abbiamo iniziato tutto. Se non ci fossero stati i Viper molto probabilmente non sarei qui ora a parlare con te.

Andre Matos coi Viper

Cosa mi dici invece dei Symfonia? La band si è sciolta definitivamente?
Direi di sì, definitivamente.
I Symfonia nascono come un progetto dalla mente di Timo Tolkki, quando ha saputo che mi ero trasferito in Svezia; ho ricevuto una sua telefonata in cui mi invitava a provare del nuovo materiale senza compromessi o pressioni, dato che non viviamo distanti l’uno dall’altro. Conosco Timo da più di dieci anni, abbiamo fatto dei tour assieme ai tempi degli Angra e degli Stratovarius e posso considerarlo come un buon amico all’interno della scena metal.
Mi sono detto: “perché no?” – quindi iniziammo a preparare le canzoni. I pezzi vennero fuori in maniera abbastanza interessante. Non era nostra intenzione il voler fare qualcosa di nuovo: l’idea originale era quella di proporre quel tipo di musica che ci aveva fatto conosce al mondo – e successivamente Tolkki ha scelto di chiamare altri musicisti famosi che avessero un background simile e che non vivessero molto distanti dalla Scandinavia.
Il disco venne fuori piuttosto bene, come avevamo supposto. Credo che sia abbastanza piaciuto anche all’audience in generale.
Abbiamo poi suonato in qualche tour in Finlandia, Francia, in qualche festival e infine abbiamo intrapreso un lungo tour in Sud America. La band era molto affiatata sul palco e per me è stato un onore prendere parte a questo progetto con questi musicisti di talento.
Dopo che la band è ritornata in Europa, abbiamo concretamente pensato ad un seguito del disco di debutto ma improvvisamente abbiamo ricevuto un messaggio da Timo che ci informava che si sarebbe ritirato dalle scene come musicista. Eravamo tutti piuttosto shockati ma non c’era molto che potessimo fare. Non potevamo continuare il progetto da soli e nemmeno lo volevamo. È stato un peccato. Mi dispiace per tutte le persone che hanno investito tempo e denaro in quel progetto.
Ovviamente noi tutti sapevamo dei problemi di schizofrenia di Timo ma lui ci aveva garantito che era tutto sottocontrollo e onestamente devo dire che non ho mai avuto nessuna discussione nel periodo in cui abbiamo lavorato assieme. Ma dopo questa assurda decisione, l’unica cosa che posso dire è che rispetto la sua scelta, anche se non la condivido. Sembrava essere frustrato dal fatto che questo “supergruppo” non avesse sfondato immediatamente come lui aveva previsto, dimenticando che oggigiorno qualsiasi cosa richiede lavoro e sudore. Magari dopo un secondo o un terzo album avremmo potuto puntare in alto. Lui si è arreso troppo presto. E non sarebbe stato un grosso problema se così tante persone non fossero state coinvolte al progetto. Per me non è stato così devastante perché ho sempre considerato i Symfonia come un side-project, chiarendo fin da subito che la mia band solista avrebbe avuto la massima priorità, se necessario. Sono ancora in contatto con gli altri ragazzi dei Symfonia: ci piacerebbe riunirci un giorno per suonare, anche solo per divertimento. Sono delle ottime persone. A proposito di Timo…nessuno ha più notizie di lui. Il mio unico desiderio è che si ritrovi e in qualche modo e cerchi una via per riparare ai guai che ha combinato – che non sono davvero pochi…

Vivi ancora in Europa? Com’è per un brasiliano vivere nel Vecchio continente?
Sì, nella parte sud della Svezia, un posto molto gradevole. Spesso sto via da casa per molto tempo a causa del mio lavoro. Mia moglie e mio figlio sono svedesi e abbiamo deciso di stabilire lì la nostra famiglia. È più facile per me adattarmi al loro stile di vita che il contrario…
E lì ho una splendida famiglia, nuovi amici e una vita piuttosto tranquilla. Ho imparato molto durante i quasi 5 anni che ho vissuto lì. È un tipo molto particolare di società e quando si confronta con il posto da cui provengo, ovviamente non posso che notare tutte le differenze – ma allo stesso modo anche gli aspetti simili. Le persone sono le stesse ovunque tu vada. E c’è una cosa che chi è abituato a viaggiare molto può notare: i sentimenti e i bisogni umani sono gli stessi ovunque. Forse ci sono modi diversi di esprimerli, ma l’umanità è una sola. Il che, ovviamente, ha consolidato la mia idea anti-tradizionalista, anti-nazionalista, anti-razzista, anti-corporativa, anti-consumista, anti-politica, al fine di preservare il nostro mondo da questioni stupide e da oscuri interessi che ci stanno portando dritti verso la completa distruzione. Se osserviamo gli altri, impariamo e ci aiutiamo a vicenda, allora abbiamo ancora una possibilità. L’unico problema è che il male è sempre presente. E per “male” non intendo una patetica figura come il diavolo. Voglio dire il vero – e più pericoloso – male, che abita nel cervello e nell’anima di ognuno di noi!
Tornando alla Svezia – sto cercando di fare del mio meglio con lo svedese. Mi piace! E sto anche cercando di abituarmi alla temperatura e alla neve invernale. Ma mi piace, essendo Brasiliano: è sempre speciale quando la neve scende dal cielo e compre ogni cosa. E siccome vivo in Svezia è anche più facile per me portare la mia band in tour per l’Europa.

Ti devo chiedere ovviamente questa cosa…Edu Falaschi è fuori dagli Angra, non è che hai ripreso i contatti con la tua vecchia band??
No, non sono in contatto con loro. Ci sono stati alcuni problemi legali riguardo alcune cose dei primi Angra, che coinvolgono me e Luis Mariutti – quindi ne abbiamo parlato di recente. In breve, l’ultimo “best of” pubblicato è stato fatto senza consultare né me né Luis, senza avere il nostro consenso, e la cosa ci ha messo molto a disagio.
Da quando gli Angra si sono separati circa una decina di anni fa, non ho mai considerato un ritorno come una possibile opzione. Ho lottato per costruire la mia carriera e, inoltre, a questo proposito, devo dire di essere molto soddisfatto.
Non potrò mai negare l’importanza degli Angra, come un punto di riferimento per tutto quello che abbiamo creato insieme. È stato qualcosa di speciale, quasi soprannaturale considerando il periodo in cui è successo. Un momento indimenticabile della mia vita in cui molti dei miei sogni si sono avverati. D’altra parte, non ci sono assolutamente garanzie che avverrebbe lo stesso se la band si riunisse ora. Penso che la gente sia più nostalgica di quel periodo che non la band stessa. Personalmente non mi manca, e non mi è mai mancato, almeno fin ora.
Per queste persone, posso promettere che sto tenendo viva la fiamma della musica. Ogni volta che sentivo che c’era qualcosa che non andava e non c’era la possibilità di continuare a fare musica dal cuore, ho lasciato perdere subito per iniziare qualcosa di nuovo. Tutto per lo stesso motivo: mantenere viva la fiamma. Non posso vivere senza di essa.

Grazie per l’intervista! Termina pure come preferisci!
Grazie a tutti voi per il vostro tempo e l’interesse nel leggere questa intervista. Spero che “The Turn Of The Lights” vi piaccia e che possa portare un po’ di profondità, idee nuove e costruttive in ciascuno di voi. E spero di avere la possibilità di condividerlo dal vivo assieme a voi, molto presto. Vi auguro un buon fine stagione e un luminoso 2013!
Ciao, un salutone e a presto,

Andre Matos

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