Era il 1995 quando gli Anathema pubblicarono “The Silent Enigma”, l’album che molti considerano il loro primo grande capolavoro (personalmente trovo che anche il precedente “Pentecost III” sia un lavoro estremamente interessante, seppur non quanto il suo successore).
All’epoca la band si trovava in una situazione molto difficile, infatti Darren White aveva lasciato il gruppo durante la lavorazione del disco e gli Anathema si erano ritrovati in un sol colpo senza cantante e senza una figura importantissima per la band: colui che scriveva tutti i testi e che soprattutto imponeva il suo carisma. Tuttavia da questa situazione e’ sbocciata la fortuna del gruppo…
Gia’, perche’ per risollevarsi gli Anathema attuano alcuni cambiamenti che li porteranno ad un livello superiore: Vincent Cavanagh decide di prendersi carico delle parti vocali (continuando anche a suonare) e il miracoloso duo Daniel Cavanagh/Duncan Patterson si appropria al 100% delle composizioni. “The Silent Enigma” e’ l’ultimo album del periodo piu’ propriamente doom degli Anathema ed e’ ancora legato al sound che piaceva a White (che poi continuera’ a svilupparlo nelle sue successive band), ma e’ portato ad un livello molto piu’ elevato di quanto era stato fatto in precedenza. In nessun altro cd degli inglesi infatti la sofferenza e la rabbia per il dolore erano state espresse cosi’ efficacemente.
Vincent, ancora poco padrone della sua voce, sceglie per questo album una impostazione quasi recitata, sia nel growl, sia nella voce “affranta” che spesso fa capolino. Le chitarre restano pesanti e cupe, ma diventano molto piu’ elettriche e quasi “piangenti”, e spesso servono come accompagnamento per il basso che tesse le melodie e domina le atmosfere, e non viceversa come accade solitamente. La batteria infine aumenta l’oppressivita’ del tutto, oppressivita’ spezzata spesso da atmosfere darkeggianti che ogni tanto si esplicitano anche in alcuni passaggi tipici del genere.

L’opener “Restless Oblivion” e’ subito un capolavoro. Un minuto circa di synth e arpeggi ci porta all’inizio della bufera, dove le chitarre esplodono e soprattutto il basso “tuona”, poi fa la sua comparsa la sofferente voce di Vincent (“My paralised heart is bleeding… my love’s torn apart desire to be free”) che raggiunge l’apice nel celeberrimo verso “A bleak garden to cry when my inamorato died”. Poi, dopo un po’, la tempesta sembra placarsi, e qui trova spazio un lungo intermezzo darkeggiante davvero toccante, che si risolvera’ alla fine nella ripresa del tema portante del brano, che poi andra’ a concludersi con urla disperate dove tutto e’ pesantezza e dolore.
La successiva “Shroud of frost” e’ un altro lungo pezzo, mirabile nel suo alternarsi di passaggi atmosferici e stacchi rabbiosi, riuscito soprattutto in alcune suggestioni quasi “psichedeliche”… ed e’ proprio una di queste suggestioniche ci porta ad “… Alone”, pezzo estremamente atmosferico dominato da arpeggi e synth, sui quali poi fa la sua comparsa una voce femminile dolce e triste che ci narra della sua anima distrutta da un amore tradito. La successiva “Sunset of the age” e’ un pesantissimo pezzo doom dominato da riff pesantissimi, seguito e “contrapposto” dall’ipnotica “Nocturnal Emission”, che contiene delle parti di basso e degli ammalianti giri di chitarra darkeggianti.
“Cerulean Twilight” e’ invece un insieme di suggestioni sonore che creano paesaggi onirici dolci e disperati, paesaggi che alla fine lasceranno il posto a “The Silent Enigma”. La title track e’ un pezzo assolutamente “emozionale”, impossibile spiegare cio’ che si prova quando si ascoltano gli arpeggi di questo brano, sul quale si staglia l’affascinante “recitato” di Vincent sottolineato da una roboante batteria. E poi c’e’ “A dying wish”, l’unico brano dell’album eseguito ancora oggi dal vivo, un altro capolavoro (e non sto esagerando, so che questa parola spesso viene fuori parlando degli Anathema, ma non si puo’ fare a meno di usarla!!). Un lungo arpeggio sognante apre il brano, sul quale si inseriscono synth e basso che poi esploderanno dopo quasi due minuti, per riprendere il tema in un’esplosione sonica sulla quale Vincent declama la fine della speranza (“My velvet sea of ruin, a golden age turned to stone, Elysium to dust”). Non si possono esprimere le emozioni che scaturiscono da questo pezzo furioso e disperato, dovete solamente ascoltarlo.
“Black Orchid” e’ infine il brano che chiude l’album, uno strumentale dalle atmosfere intimiste e tristi dominate da un giro di basso assolutamente da brividi.

Spero di essere riuscito a trasmettere almeno un po’ la grandezza di questo disco, tuttavia c’e’ ancora una cosa da dire… Non e’ facile entrare in quest’album. “The Silent Enigma” e’ stato il primo lavoro degli Anathema che ho avuto ed ai primi ascolti non mi piaceva per niente, tuttavia ogni tanto sentivo il bisogno di riascoltarlo. Soltanto un anno dopo sono riuscito a trovare la via, ed allora il mondo dell’ “enigma silente” mi si e’ schiuso.
Per capire questo cd dovrete infatti ascoltarlo in un momento in cui siete nel giusto stato d’animo (e non si tratta di semplice tristezza, ne’ di rabbia, non saprei spiegare quale e’ la giusta alchimia di sentimenti che schiude le porte di “The Silent Enigma”, eppure questa alchimia esiste e con un po’ di pazienza la si puo’ trovare), altrimenti non lo si puo’ apprezzare. Pero’ questa fatica merita di essere fatta, anche perche’ la rabbia disperata contenuta in queste nove composizioni e’ il primo passo verso la rassegnazione e l’accettazione del dolore e della sofferenza (che portano poi all’attaccamento alla vita) che saranno i protagonisti dell’apice creativo assoluto del gruppo: quell’ “Alternative 4” capace di donare emozioni ancora piu’ forti e di ammaliare fin da subito.

Sauro Bartolucci

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